«Ligabue era un grande artista di Ghizzardi amo la semplicità»
GUASTALLA. Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista di Tiziano Soresina a Mario Daolio, pubblicata dalla Gazzetta di Reggio del 2 aprile 2010.Chi espose alla Piccola Margutta?«Gli amici con cui...
GUASTALLA. Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista di Tiziano Soresina a Mario Daolio, pubblicata dalla Gazzetta di Reggio del 2 aprile 2010.
Chi espose alla Piccola Margutta?
«Gli amici con cui dividevo la passione per la pittura: Mario e Vittorio Colombo, Marino Mazzoni, Umberto Mora, Eo Pasqualini. Credo che tutto iniziò grazie a don Ambrogio Morani: mi convinse ad organizzare una mostra benefica per il Madagascar. Ricordo la personale, nel 1963, di Pietro Ghizzardi. Mi piaceva la sua semplicità. Una volta, in pieno inverno e con la neve che scendeva, arrivò in bottega con le scarpe bucate: gliele legai con degli stracci».
Ci furono contatti con Antonio Ligabue?
«Era un grande della pittura, a cui piaceva però stare da solo. Mi diede un piccolo disegno raffigurante un animale. Volevo vederlo all’opera e ci riuscii all’osteria Croce Bianca: stava dipingendo una tigre che, prima tratteggiò nel corpo, per poi completarla con il pennello».
Lei parla spesso al passato, perché?
«Otto anni fa ho avuto un serio incidente in motorino, e le conseguenze mi stanno frenando molto nella pittura. A stare in piedi mi stanco. Una vera disdetta. Ero già in pensione e volevo dedicarmi ancor di più all’arte, invece... Non vado più in motorino, non vado più da nessuna parte. Ma non è solo quello, l’ambiente del Po è cambiato troppo, difficile trovare gli angoli selvaggi che mi sono sempre piaciuti. Sarò un inguaribile nostalgico, ma i paesaggi tipici adesso non ci sono più».
Un’altra sua grande passione: i ritratti. Di gente semplice, spesso personaggi caratteristici di una Guastalla che non c’è più. Persone che frequentavano la sua bottega...
«Già, i bevitori del Po (ride, ndr). Pensi che una volta Arnaldo Bartoli mi disse: “Quando non avrai più questi soggetti non dipingerai più”. Aveva ragione, mi mancano molto i vari Finòn, Piròl, Mignen, la Berenice, perennemente squattrinati. Nel ritratto mi piace cogliere l’espressione della persona, le caratteristiche. Li faccio con tutte le tecniche, con quello che mi viene in mano. Per esempio, mescolo, in una tazza o in un portacicche, la cenere di sigaretta con il Lambrusco e poi con le dita eseguo il ritratto: m’è accaduto tante volte, nelle osterie che incrociavo nei miei giri lungo gli argini del fiume».
Le immagini di Madonne e Santi non mancano nella sua bottega: da dove nasce questa profonda religiosità?
«Pensi che ero comunista, ma mai ateo. Con quel cacciatore di anime di don Ambrogio ho sempre parlato a lungo. E poi nella vita c’è sempre una svolta, e la religione mi ha aiutato tanto. Sono più sicuro, anche nella pittura, da quando ho la fede. Ascolto tutti i giorni Radio Maria, vado a messa, prego molto, ho vissuto in una chiesa di Parma dei momenti forti, mistici, miracolosi».
Un pittore credente che non ha mai amato apparire: perché?
«Ho partecipato ad alcune mostre, ma non sono mai stato attento alle pubbliche relazioni, mi piace solo esprimermi. Ho fatto quello che mi sentivo, stare con gli amici, nella piccola Margutta, il periodo più bello...».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google