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Esposta la veste di don Pasquino Borghi

Esposta la veste di don Pasquino Borghi

L’abito indossato quando venne fucilato 74 anni fa da martedì sarà nella sagrestia di San Pellegrino

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REGGIO EMILIA . La veste che don Pasquino Borghi indossava quando venne fucilato 74 anni or sono da martedì verrà collocata nella sagrestia della chiesa cittadina di San Pellegrino. La cerimonia di consegna avverrà al termine di una messa che sarà presieduta, alle 18, dal vescovo Massimo Camisasca.

È un atto di memoria ed un gesto di omaggio al parroco fucilato perché ospitava in canonica militari alleati fuggiti dalla prigionia. I vestiti e gli effetti personali del sacerdote vennero restituiti alla famiglia e poi affidati a Istoreco, che ha fatto restaurare la veste e ha appunto chiesto alla parrocchia di esporla in un luogo accessibile al pubblico. Con il consenso del nescovo il parroco don Giuseppe Dossetti ha scelto la sagrestia.

Don Pasquino non era un semplice curato di campagna ma un sacerdote consapevole delle scelte che compiva. Dopo gli studi nel Seminario di Marola fece ingresso fra i missionari Comboniani, svolse il ministero in Sudan e sostò nella Certosa di Lucca. Comprensibili quindi le sue decisioni contro la violenza e il razzismo nella ricerca di una società giusta e pacificata.

Quando raccontava episodi del passato don Angelo Dossetti – un tempo parroco nella chiesa che ora accoglierà le vesti di don Pasquino – amava rievocare le raccomandazioni che gli rivolgeva, gli inviti a non rischiare troppo. Ma don Pasquino rispondeva: «Ma dove li mando con trenta centimetri di neve gelata se nessuno li vuole. È un pericolo mortale? Si può anche dare la vita per la patria libera». Il 21 gennaio del 1944 venne arrestato, condotto a Reggio e pochi giorni dopo fucilato. Quel gesto di carità gli è stato fatale.

Nato a Bibbiano nel 1903 da una famiglia contadina ed ordinato sacerdote nel 1930, don Pasquino, dopo una esperienza missionaria in Africa, negli anni Quaranta svolse il proprio mandato di parroco prima a Canolo di Correggio poi sulla montagna reggiana.

L’armistizio dell’8 settembre gli impose una scelta di campo. Decise di entrare nel movimento partigiano con il nome di battaglia di “Albertario” e come tale decise di offrire un rifugio ai perseguitati, agli ex prigionieri alleati in fuga dai tedeschi, ai militari sbandati, ai partigiani. E ciò gli costò la vita. (l.v.)



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