Reggio Emilia e sanità, «Nessun ospedale di zona sarà sacrificato dal piano provinciale»
La genesi del ritorno del Santa Maria Nuova sotto l’egida dell’azienda Usl. «Gli ultimi soldi per il Mire sono arrivati grazie al bilancio di via Amendola»
REGGIO EMILIA. «Guardi, le dico la verità: condotta in porto la fusione tra l’Ausl e il Santa Maria Nuova, avevo pensato anche di cambiare, lasciare questa esperienza per fare altro, magari restando sempre nell’ambito della programmazione sanitaria».
È un retroscena, questo che il direttore dell’Azienda Usl Irccs di Reggio, Fausto Nicolini, mi butta lì quando gli chiedo di spiegarmi come è nata la decisione di riportare il Santa Maria Nuova sotto l’ospedale.
«Sfatiamo subito un falso mito: questa fusione non l’ha chiesta la regione. Ricordo ancora gli sguardi increduli nell’assessorato quando sono andato per la prima volta a parlare di questo progetto».
Allora chi ha scelto questa strada?
«La politica locale. Che alla fine mi ha convinto a restare al mio posto chiedendomi di guidare questo processo. Io sono un esecutore, un tecnico...».
Messa così sembra quasi che lei sia il primo a non essere convinto di questa scelta?
«Se fosse come dice, adesso no sarei qui. Credo invece che la strada intrapresa sia la migliore possibile per tenere in piedi un sistema che è eccellenza nell’eccellenza. Per continuare a tenere alta la qualità dei servizi a fronte di finanziamenti costantemente in calo , questa era l’unica strada percorribile. Soprattutto alla luce di uno scenario generale che è radicalmente mutato rispetto agli anni in cui ad esempio, sempre la politica, scelse l’autonomia del Santa Maria Nuova».
Ora si torna indietro...
«Ma io non la considero una sconfessione della scelta fatta all’epoca. In quel particolare frangente storico era giusto tendere all’autonomia per difendere la realtà reggiana anche dalle possibili mire delle università. Ora lo scenario è completamente cambiato e le università hanno ben altri problemi. Non riescono nemmeno a preparare il giusto numero di medici e specialisti per rispondere alle esigenze sempre crescenti della popolazione. In questa situazione hanno abbandonato le mire espansionistiche di un tempo. Il nodo per Reggio, semmai è di altra natura».
Ovvero?
«Nella situazione ante-fusione l’Ausl finanziava il Santa Maria sulla base del cosiddetto accordo di fornitura. Questo obbligava l’azienda ospedaliera a fatturare anche oltre le proprie specificità. Allo stesso tempo, poi su un bilancio da circa 300 milioni diventava sempre più difficile fare investimenti. Ora, con il Santa Maria dentro l’Ausl che invece è finanziata con il principio della quota capitaria, ovvero della popolazione residente in provincia è sicuramente più facile. E l’esempio lo abbiamo avuto quasi subito sotto gli occhi».
Di quale esempio parla?
«Dell’ultimo progetto che, dopo il varo del Core, resta da realizzare, ovvero il Mire. Rispetto allo stanziamento, alla fine rischiavano di mancare all’appello tre milioni di euro. Soldi che siamo riusciti a reperire perché adesso nel bilancio dell’azienda Usl abbiamo più margini di manovra. Prima della fusione la sola azienda ospedaliera avrebbe avuto molta difficoltà a reperire altri soldi».
C’è chi sostiene che questo piano sia improntato alla prudenza, al primo non prenderle...
«Non so chi sostenga questa tesi, né sulla base di quali argomenti. In questi anni la spesa pro-capite per la sanità è scesa dal 7,4 al 6,5% del Pil e questo a fronte di crescenti bisogni nella popolazione. Con questo piano rendiamo sostenibile il sistema».
Senza che a pagare siano gli ospedali di provincia?
«In questo piano sanitario prettamente ospedaliero non c’è alcun agnello sacrificale. Anzi gli ospedali sul territorio potranno giovarsi dei cambiamenti che andremo ad attuare». (m.s.)
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