«Le scritte Easy’s? Sono colpito per l’allarme creato»
Reggio Emilia, parla il writer denunciato per l’imbrattamento dei manifesti e della statua di Lepido: «La sicurezza ha bisogno della libertà di esplorare spazi fuori dall’ordinario»
REGGIO EMILIA. Mi permetto di accompagnare gli articoli comparsi sulla stampa con una riflessione personale riguardante il progetto Easy’s. Sono rimasto molto colpito dall’allarme che si è creato in seguito agli interventi di via Turri e dal pensiero che qualche simpatizzante del terrorismo islamico potesse realmente muoversi sul territorio reggiano con le modalità in questione.
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Ne parlavo con le forze dell’ordine coinvolte nelle indagini quando abbiamo avuto modo di conoscerci. La conversazione si è presto spostata su ciò che significa oggi parlare di sicurezza. Sebbene interpretassimo la questione da prospettive diverse (forse complementari?) eravamo d’accordo sul fatto che il termine sia oggetto di diversi immaginari politici.
Questo, a mio avviso, comporta che il significato di “sicurezza” non sia da dare per scontato o da considerarsi neutrale, ma esso stesso figlio di un determinata visione politica. Questa esperienza “easy” si è imbattuta direttamente in quell’immaginario politico che vede la sicurezza come risposta ai pericoli di dissidenza, microcriminalità, criminalità e terrorismo. Forse questo è anche quel tipo di sicurezza che chiedono alcuni comitati di cittadini quando invocano, ad esempio, maggiori controlli delle forze dell’ordine in zona stazione, un incremento del parco telecamere e leggi più severe nei confronti di chi è presente in modo irregolare sul territorio.
Accanto a questa visione della sicurezza ne sta però un’altra, rivolta a sostenere processi di riconoscimento, accoglienza, eguaglianza e benessere diffuso. Questo è quel tipo di sicurezza che chiedono quei comitati e quelle associazioni di cittadini che invocano, ad esempio, l’apertura di canali umanitari per interrompere le morti di migranti in mare, l’applicazione dei contratti di lavoro nazionali nei subappalti in cui ciò non accade, la tutela dei cunei verdi della città affinché non siano trasformati in ulteriori zone commerciali, la difesa della qualità dell’aria. Sebbene non sia detto che un approccio al tema della sicurezza escluda per forza l’altro, sembra che il primo immaginario riesca a far maggiormente breccia nelle coscienze “securitarie” di politici ed opinione pubblica.
Probabilmente in tanti saranno disposti a riconoscere un furto di bicicletta in stazione come un problema di sicurezza, ma forse non altrettanti saranno disposti a farlo in relazione ad uno degli oltre tremila morti del 2017, annegati nel tentativo di raggiungere l’Europa.
È retorico porre la questione in questi termini? Lasciate che mi spinga appena più in là e fatemi chiedere: perché colpisce e fa parlare un braccio dipinto di rosso in piazza del Monte? Perché non – nella stessa piazza – la sede di un colosso dell’abbigliamento che sfrutta lavoratori in Turchia e Bangladesh?
Perché non altrettanto una nuova sede appena inaugurata in centro storico della principale banca armata italiana, che trae profitto dalla vendita di armi a Paesi in guerra da cui provengono i richiedenti asilo?
Perché non genera altrettanto allarme mediatico che a Reggio siano censite più di 7000 abitazioni sfitte con una popolazione di oltre 400 senza dimora? In questo senso ben venga l’articolo 639 del codice penale (deturpamento e imbrattamento di cose altrui, ndr), ma si riconosca almeno ai graffiti la libertà (estetica?) di esplorare spazi, modi e contenuti fuori dall’ordinario, perché in parte è proprio la nostra sicurezza ad averne ancora bisogno.
E' la lettera del writer denunciato per imbrattamento e danneggiamento per le scritte “Easy’s” sui manifesti Intimissimi in via Turri e sulla statua di Marco Emilio Lepido in piazza Del Monte.
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