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«Resistenza civile Reggio Emilia c’è»

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«Resistenza civile Reggio Emilia c’è»

Lettera del sindaco Vecchi alla Gazzetta: la nostra bandiera  non sarà un paravento per chi calpesta la dignità umana

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Poco meno di cento anni dopo si potè finalmente parlare di Italia e non più di un agglomerato di territori governati da potenze diverse.

Ma altre prove, ancora più gravose e terribili ci attendevano. Quell’immenso dramma che, come ci ricordava don Giuseppe Dossetti, fu la Seconda Guerra Mondiale mise nuovamente a repentaglio la nostra Patria e non è retorica ricordare un’immagine che ognuno di noi dovrebbe portare con sé. I partigiani che scendono dalle montagne coi fazzoletti tricolori al collo, il popolo che corre per le strade di Reggio e in tutte le altre città incontro agli Alleati sventolando il vessillo nazionale; la sofferta fase dell’immediato dopoguerra e il riscatto con la nascita della Costituzione che, cito a beneficio degli smemorati, recita all’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il tentativo di ribaltare parole e simboli dell’Italia democratica.

Chi oggi sfrutta furbescamente – alternando benaltrismo a una versione nostalgica e storicamente fasulla del “bel tempo che fu” - le “gesta criminali” dello stragista che a Macerata si mette sulle spalle una bandiera italiana ma ha, impresso sulla fronte e ben visibile, un tatuaggio nazista, in realtà sta portando a termine un’operazione che già George Orwell raccontò in “1984”, quando illustrò i “vantaggi della neolingua”.

Mi spiego meglio: un popolo, una nazione, per riconoscersi in quanto tali hanno bisogno di identificarsi nella propria storia e nella propria esperienza collettiva anche e soprattutto attraverso un linguaggio, dei valori. Non è una questione banalmente nominalistica, ma molto profonda, di senso.

L’operazione, sottile e rischiosissima per le fondamenta stesse della nostra democrazia, che una parte politica sta da alcuni decenni cavalcando nel Paese è quella di prendere le parole e i simboli dell’Italia repubblicana e di svuotarli di significato, di utilizzarli in contesti e con modalità tali da “sterilizzarne” il significato autentico per poi piegarli al loro esatto contrario.

Le lezione del presidente Napolitano per i 150anni dell’Unità nazionale.

Dopo molte parole di cui in questi anni s’è totalmente ribaltato il valore intrinseco e profondo, a Macerata l’altro giorno è andata in onda una rappresentazione che vorrebbe capovolgere e adattare a un uso tirannico il simbolo democratico per eccellenza: il Tricolore. Un criminale se l’è appoggiato sulle spalle mentre sparava all’impazzata su vittime incolpevoli, lo ha utilizzato come “vestito di scena” mentre faceva il saluto romano e calpestava la sacralità della vita nel tentativo di annientarla.

L’effetto di straniamento e choccante di una così potente immagine, come insegna Guy Debord ne “La società dello spettacolo”, ha a cascata dato il “la” a una serie di successive prese di posizione in cui – come d’incanto – i fatti gravissimi di xenofobia e razzismo che sono stati commessi sono passati quasi in secondo piano, e ci si è messi a parlare, per l’appunto, d’altro.

Dovrebbe far riflettere che i più attivi in questa operazione mistificatoria appartengano, così come lo stragista, a schieramenti politici che osteggiarono con veemenza il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel momento in cui insistette giustamente con forza per celebrare in modo degno i 150 anni dell’Unità d’Italia, mentre taccio per decenza sull’uso che volevano fare della nostra bandiera noti campioni di stile come Bossi e Calderoli.

La testimonianza di chi si ispira ogni giorno alla Costituzione.

Ma il Tricolore, come ho detto in apertura, non è né sarà mai simbolo di odio e di violenza. È un’operazione di strumentalizzazione che non permetteremo, quella di vocare la nostra bandiera nazionale a paravento per chi vuole calpestare la dignità umana.

Lo sanno bene le migliaia di cittadine e cittadini che, impegnati ogni giorno nell’espletamento delle loro funzioni nelle istituzioni, nelle scuole, negli ospedali, nelle imprese, nei sindacati e in tantissimi altri luoghi del vivere civile compiono il proprio dovere con dignità e onore, rispettando la Carta fondamentale; lo sanno le migliaia di ragazzi che partono ogni anno da Reggio Emilia alla volta degli ex campi di concentramento nazisti per vivere un’esperienza forte e poter dire anche loro “mai più”; lo sapevano i magistrati, gli esponenti delle forze dell’ordine, i sindaci e gli amministratori ammazzati dal terrorismo e dalla mafia e lo sanno i loro colleghi che oggi continuano a portarne avanti le idee e il coraggio.

Il tempo di una nuova “resistenza civile”, in rete e nella vita reale.

Certo, direttore, viviamo in un’epoca confusa, in cui qualcuno – magari protetto dall’anonimato o da pseudonimi di fantasia - tenta, in nome della libertà assoluta, di sdoganare anche l’aberrante concetto che è libertà persino la violenza dell’uomo sull’uomo, la prevaricazione e il sopruso, pratiche tribali che pensavamo di esserci lasciati per sempre dietro di noi.

Eppure io non sono pessimista. Non sarà facile né scontato, ma spetta a tutti coloro i quali credono nei valori della democrazia, della pace e dell’uguaglianza praticare una nuova “resistenza civile” che non lasci passare questi concetti nelle aule scolastiche, nei consessi di discussione, nei luoghi di cultura, nelle istituzioni così come nelle conversazioni di ogni giorno, in rete e nella vita reale, sui social network così come nelle piazze e nelle strade.

Compete a tutti noi e a ognuno di noi come singolo, prendere il Tricolore e toglierlo dalle spalle di chi delinque per ricollocarlo, nel quotidiano, dove la storia italiana e la nostra esperienza collettiva ci hanno insegnato: al servizio dello stato di diritto, della giustizia, della convivenza civile e dell’unità del Paese.

Luca Vecchi

sindaco di Reggio Emilia.

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