Rincoglioniti (più orecchio che memoria)
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul festival di Sanremo e le elezioni politiche, colonne sonore d’Italia
REGGIO EMILIA. Festival di Sanremo ed elezioni politiche, colonne sonore d’Italia. Le due kermesse (il termine non mi piace, ma va di moda) vivono in serena simbiosi da sessantotto anni. Si scambiano quelle che non sono solo canzonette. Ormai è mitologica la sequenza dei pezzi canori che avrebbero addirittura condizionato o semplicemente descritto il corpo e l’anima politici nazionali.
Basti partire dalla lontanissima edizione del 1952 e dai commenti critici che accompagnarono la canzone che meritò il secondo posto: “Papaveri e papere” interpretata dall’indimenticata bolognese Nilla Pizzi. Nel titolo e nel testo venne rintracciata la descrizione in statura del democristiano Amintore Fanfani e dell’incombenza del Pci e dei comunisti rappresentati appunto come i papaveri, rossi.
L’interpretazione è micidiale, filigranata, un poco preconcetta se invece si passa al 1970, quando la reggianissima Orietta Berti, reduce dal Sanremo con un ballerino “Tipitipitì”, lanciò in 45 giri la fondamentale “Fin che la barca va” (nel lato B c’era “Osvaldo Tango”).
Accidenti, nella canzoncina del “lasciala andare” venne individuato tutto l’animo dell’elettorato fatalista-intramontabile democristiano e anche di un disimpegno generalizzato nella piena crisi, alla quale andava avviandosi anche la manifestazione sanremese.
Nello stesso anno vinse il Festival “Chi non lavora non fa l’amore” interpretata dalla coppia Adriano Celentano-Claudia Mori. Titolo e testo alludono a quelli che una volta si chiamavano “scioperati” e che oggi sono gli scioperanti. Una specie di minaccia di contrappasso in quella stagione irta di lotte di classe, occupazioni di fabbriche, astensioni dall’attività. Di certo nel presente una tale punizione per tutti coloro che non lavorano (purtroppo moltissimi) sarebbe inammissibile.
Vado in moviola, salto parecchie prove e riprove della simbiosi, e arrivo all’edizione del 1996. Il secondo posto e il premio della critica vennero meritati da Elio e le Storie Tese con la memorabile “La terra dei cachi”. Sublime esempio di come il canzonettismo – geniale, nel caso – rappresenti il pubblico, oppure sia ciò che il pubblico ambisce essere. Come il desiderio di volare del “Blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, ma era il 1958, c’era altra energia, diversa speranza.
Vengo al dunque. Non solo le canzoni e il battutario dei conduttori e degli ospiti sono correlati al “momento politico” che è puntualmente sulla soglia delle elezioni. Quando l’Italia s’è desta, ma nevroticamente. Ci si mette pure il regolamento del concorso canoro.
Badateci, viene modificato tutti gli anni o quasi. Mutano anche la combinazione dei cantanti per serata, le accoppiate canterine, l’alternanza dei campioni e dei giovani in scaletta, dei giovani e dei campioni... La giuria è sempre multiforme e si esprime con sistemi diversi. C’è quella popolare, quell’altra della critica, o meglio demoscopica, degli esperti, più il televoto.
Chiudete gli occhi. Sostituite Sanremo con le politiche – con il sistema di votazione volubile – e l’ipotesi della simbiosi è confermata. Nella storia delle elezioni non c’è una continuità ragionevole di tempi, regole, componenti, alternanze.
L’interrelazione tra il Festival e il tempo elettorale è confermata anche dal “dopo”. Cioè dal ritorno alla normalità italiana – si fa per dire –, successiva alla settimana sanremese e la marcia verso l’urna e l’esito del suffragio. Entrambi gli eventi per le nostre abitudini, i nostri ritmi, il nostro calendario sociale, sono diventati precetti. Mobili. Necessari. “Mai più senza”. Uno tira l’altro. Sanremo ha la funzione di interrompere l’impazzimento crescente, duro e vacuo, della campagna elettorale, e di rappresentare il Paese con una modalità iperbolica felliniana.
Tutto questo tempo è sopra le righe, canta. Come il candidato premier pentastellato Luigi Di Maio che domenica scorsa viaggiando in auto da Torino ad Aosta ascoltava “Fin che la barca va”. Come Alessandro Di Battista che lunedì a Chieri sotto la pioggia ce le aveva cantate: “Gli italiani li vedo molto rincoglioniti”. È una affermazione da primo premio. Ma, si sa, le canzonette vincitrici solitamente vengono scordate immediatamente. Forse perché gli italiani hanno più orecchio che memoria.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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