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San Martino, un dipendente della Arsom: «Lasciati a casa dal lavoro con whatsapp»

di Serena Arbizzi
San Martino, un dipendente della Arsom: «Lasciati a casa dal lavoro con whatsapp»

San Martino in Rio, parla uno dei dipendenti dell’azienda Arsom da tre mesi senza stipendio: «C’è un buco da 7 milioni»

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SAN MARTINO IN RIO. «Un messaggio Whatsapp. Con un banalissimo messaggio su Whatsapp 45 dipendenti sono stati lasciati a casa. Nonostante la quantità di lavoro, nonostante la qualità del prodotto è riuscito a creare un buco di 7 milioni di euro».

Sono esasperati e profondamente delusi i dipendenti della Arsom, azienda nata a Carpi 50 anni fa, trasferita a San Martino in Rio dopo il terremoto, che sono stati lasciati a casa, improvvisamente, con un semplice Whatsapp da parte del titolare.

I lavoratori non demordono, tuttavia, e hanno già avviato contatti per verificare la possibilità di fondare una cooperativa per far sì che la Arsom, come l’Araba Fenice, possa risorgere dalle sue ceneri, dal momento che di lavoro ce n’è. E per fare questo contano anche sull’appoggio delle istituzioni, come il sindaco di Carpi, Alberto Bellelli e la Provincia di Modena.

«Il Whatsapp era rivolto a tutti i dipendenti – spiega Antonio Russo, caporeparto alla Arsom, il quale ha un credito di 55mila euro, tra Tfr e buste paga, verso la ditta – e il titolare ci ha informato che avrebbe dovuto mettere a posto l’azienda perché c’erano dei problemi. Questa è stata l’unica comunicazione ufficiale da parte sua… Io e Angelo Dalle Ave siamo andati insieme dall’avvocato del titolare che ci ha presentato una situazione altamente drammatica, fatta di conti bloccati e impossibilità di pagare dipendenti e fornitori. Un buco da circa 7 milioni. Questo, nonostante fino all’ultimo avessimo lavorato e, anzi, fino a ottobre e novembre avessimo fatto degli straordinari e l’azienda fatturasse dai 350mila ai 400mila euro al mese. A fine dicembre una ventina di lavoratori si era vista recapitare altrettante lettere di licenziamento, ma il titolare diceva di non preoccuparsi perché a metà gennaio avrebbe erogato tutti gli stipendi, per cui si registravano da tempo ritardi».

«Negli ultimi tempi si faceva vedere poco: a gennaio, malgrado gli ordini, non è arrivato nemmeno un foglio di lamiera. Così ci siamo insospettiti. Fino a quando non è arrivato il famoso Whatsapp a chiarire lo scenario» aggiunge. La situazione debitoria della ditta crea fortissima preoccupazione.

«I problemi dell’azienda sono nati quando il titolare, che detiene il 55% di quote, mentre l’altro 45% appartiene al padre e alla zia – prosegue Russo – ha deciso di acquisire un’azienda che produce stufe, facendola fallire e ricreandone una nuova: Irradia. Arsom produceva per quest’azienda a prezzo di costo. E da lì sono iniziati i guai. Prima andavamo benissimo. Ora, invece, anche tante altre realtà del territorio pagheranno il prezzo di scelte sbagliate. Pensare che un fornitore, durante il presidio davanti allo stabilimento, ci ha chiesto cosa stessimo facendo. Noi gli abbiamo spiegato e lui si è improvvisamente rabbuiato: “Se fallisce la Arsom fallisco anche io”, ci ha confidato. Quel fornitore vanta infatti un credito di 80mila euro».

«Noi non vogliamo rinunciare però a credere che la ditta possa rinascere, magari tramite una cooperativa: ci sono operai specializzati che rappresentano un patrimonio importante che sarebbe un peccato disperdere» conclude il lavoratore dell’azienda metalmeccanica.

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