Un cappellano e tanti amici per Gianolio
Il messaggio sul retro del ricordino: «Di me restano tante cose belle: i figli, i nipoti, le bisnipotine e i miei amati libri»
REGGIO EMILIA. C'era la bandiera dell’Anpi, sbiadita dal tempo ma orgogliosamente sventolata alla testa del corteo funebre, e c'era il velo della giovane suora a lui affettuosamente devota. Al commosso ricordo dei tanti amici non credenti si sono unite le preghiere del cappellano. Il funerale di Alfredo Gianolio, celebrato ieri mattina nel cimitero di Coviolo, ha rispecchiato l’apertura mentale di un uomo che a novant’anni continuava a cercare la verità e a indagare il mondo con la curiosità di un bambino, conciliando il materialismo storico con la spiritualità, il rigore del giurista con la sensibilità del critico d’arte, i trascorsi partigiani e rivoluzionari con la recente adesione al partito democratico renziano. Una piccola folla s’era assiepata intorno al feretro, nella camera mortuaria, accanto ai figli Paolo, direttore d’orchestra di Claudio Baglioni, Aldo, scrittore e critico musicale, Michele e Sergio, al fratello Gilberto e ai nipoti.
Era una rappresentanza significativa della cultura e della politica reggiana, il mondo al quale Alfredo Gianolio apparteneva e nel quale ha lasciato un’impronta profonda con la sua intensissima attività di avvocato, scrittore, critico d’arte e storico. La tristezza per la sua perdita improvvisa era temperata dalla consapevolezza che la sorte gli aveva riservato la fine che desiderava, in buone condizioni di salute e al termine dell’ultima fatica, il libro “Il talento delle artiste reggiane dal Cinquecento ad oggi” scritto insieme a Rossana Maseroli e al compianto Renzo Barazzoni. Anche nella bara il volto di Gianolio conservava l’espressione serena e arguta che ispirava un’istintiva simpatia.
Sembrava continuare a sdrammatizzare, come spesso faceva rispondendo con la solita ironia agli amici che gli chiedevano come stesse: «Mi meraviglio di me stesso, perché sto bene. Sono preoccupato perché la morte s’è dimenticata di me». L’ultimo suo messaggio l’hanno trasmesso i familiari nel retro della foto-ricordo: «Come nelle favole, all’improvviso me ne sono andato e ho raggiunto la Marisa. Ma di me restano tante cose belle: i figli, i nipoti e le bisnipotine... e i miei amati libri». Marisa è la moglie amatissima, morta nel 2003 e sepolta nella tomba di famiglia a San Benedetto Po, dove saranno deposte anche le ceneri di Gianolio dopo la cremazione. È toccato al fratello Gilberto rievocare un episodio cruciale della sua vita, su cui anche Alfredo amava scherzare: «Poco prima della Liberazione andò in montagna. Lo rividi a Reggio insieme a una colonna partigiana. Non aveva con sè altra arma che una maschera antigas sottratta ai tedeschi. Si capiva che non avrebbe mai ucciso nessuno, ma l’antifascismo l’aveva respirato in famiglia. Nostro padre era un professore di lettere socialista prampoliniano. Un suo alunno lo denunciò accusandolo ingiustamente di fare propaganda per il comunismo». Sono molti gli artisti scoperti o incoraggiati da Gianolio. Lo scultore Vasco Montecchi ha testimoniato la gratitudine che gli è dovuta: «Ho fatto tesoro del suo insegnamento. Lo chiamavo spesso». Franca Pinizzotto è intervenuta invece a nome del Centro di poesia cultura e arte da lei fondato nel 1989 insieme al compagno Remo Delmonte: «Gianolio – ha detto – ci ha sempre assicurato una collaborazione preziosa con generosità. Era una persona eccezionale».
Alessandro Carri, senatore del Pci gli ha dedicato un ricordo commosso, sottolineandone l’ottimismo e il culto dell’arte popolare ereditato da Cesare Zavattini: «Il sindaco di Luzzara – ha detto – si è impegnato a rilanciare il premio nazionale dell’arte naif, che potrebbe essere intitolato proprio a Gianolio».
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