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«Potevo morire, nessuno mi ha aiutata»

di Marco Costanzini
«Potevo morire, nessuno mi ha aiutata»

La gioielliera Emanuela Canovi: «Ho reagito quando ho capito che la pistola dei ladri era finta, ma speravo nei soccorsi»

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CASALGRANDE. Sul volto di Emanuela Canovi sono ancora evidenti i segni della violenza inaudita con cui due rapinatori hanno infierito su di lei: ematomi sparsi, in particolare sotto l’occhio sinistro, sulla fronte e sul labbro, medicati con punti di sutura interni ed esterni. Sono trascorse solo poche ore dalla brutale rapina nella sua gioielleria, in via Moro 2 a Casalgrande, ma lei è già lì, pronta a ripartire. Non si riposa nemmeno dopo aver passato la serata all’ospedale Magati di Scandiano, dove è stata soccorsa e sottoposta ad esami medici.

«Si va avanti», racconta alzando lo sguardo. «Anche se mi vedete così – aggiunge – resto una persona combattiva, non mollo». Entra per pochi istanti nel negozio, dove tutto è come lo hanno lasciato i banditi, poi chiude la saracinesca per raggiungere marito e figlia nell’altra gioielleria di famiglia, a Scandiano. La gioielleria di via Moro è chiusa al pubblico, i carabinieri sono rimasti all’interno fino a notte inoltrata per cercare tracce e stimare il valore del bottino.

Qualcuno si avvicina a Emanuela chiedendole cosa sia accaduto. Altri le consigliano di esporre il cartello “chiuso per rapina”. Riceve la solidarietà di molte persone, ma nulla può cancellare i minuti di angoscia vissuti. L’immagine dei rapinatori che, dopo averle puntato una pistola alla nuca, la riempiono di pugni è ancora impressa nella sua mente. Le scende anche una lacrima nel raccontarlo, ma è solo un attimo di debolezza, uno sfogo. Emanuela è forte e non si arrende, proprio come ha voluto dimostrare ai malviventi, non senza rischiare, opponendo resistenza e urlando per farsi aiutare. Invano.

«Verso le 19,05 mi sono messa la giacca; stavo per chiudere, ma ho visto davanti all’ingresso un ragazzo e, pensando fosse un cliente, gli ho aperto la porta. Lui l’ha spalancata ed è entrato assieme al suo complice, che aveva un borsone: mi hanno spinta dietro al banco, uno mi ha puntato una rivoltella alla nuca e l’altro ha svuotato la cassaforte. Erano a volto scoperto, forse uno dei due aveva il cappuccio della felpa tirato su».

Emanuela ha reagito: «Ho intuito che la pistola fosse finta (come effettivamente era, ndr), ma non potevo esserne certa. Nella cassaforte avevo un bracciale di mia mamma, un ricordo carissimo, dal valore affettivo inestimabile. Quando i ladri hanno preso anche quello, non ci ho più visto e mi sono ribellata. Loro non si aspettavano la mia reazione, hanno provato a dirmi che me lo avrebbero lasciato, ma io ho continuato a urlare. Speravo che qualcuno potesse aiutarmi, invece... Il paese è deserto, e quel deserto è rimasto tale: Casalgrande negli anni si è svuotata. Non voglio innescare polemiche inutili, dirò quel che penso a chi di dovere. Furti di destrezza ne avevamo già subiti, è capitato anche che ci seguissero, ma rapine così violente mai. Le botte e il danno sono il meno, il problema è che ormai si rischia la vita».

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