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Case di tolleranza a Reggio Emilia, prima la legge Merlin poi arrivarono le ruspe

di Andrea Mastrangelo
Case di tolleranza a Reggio Emilia, prima la legge Merlin poi arrivarono le ruspe

A Reggio Emilia i luoghi della prostituzione regolamentata sparirono anche grazie a interventi urbanistici che cambiarono il volto della città 

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REGGIO EMILIA. Era la fine di un mondo, di un modo di affrontare la vita. Era la dimostrazione che anche problemi insormontabili possono essere presi di petto e, forse, addirittura risolti. Cambiava molto per l’Italia, cambiava molto anche per Reggio Emilia.

Sessant’anni fa – il 20 febbraio 1958 – l’Italia approvava la legge Merlin decretando che nel giro di sei mesi le case di tolleranza avrebbero dovuto chiudere i battenti. Tutte. La prostituzione non poteva più essere oggetto di sfruttamento economico da parte di altri, non doveva più esistere una casta inferiore di donne, schedate dalla polizia, costrette al ruolo di schiave del sesso in cambio di un piatto di minestra e di un tetto. Non si risolveva il problema della prostituzione in quanto tale – che continua ad esistere sulla base della richiesta da parte maschile di sesso a pagamento –, si diceva basta allo scempio di una costrizione legalizzata dalla quale era impossibile uscire. Il lavoro in una casa di tolleranza era un marchio impresso per la vita.

LA SENATRICE. La legge Merlin com’è ovvio prende il nome dalla sua promotrice, la senatrice socialista Angelina (Lina) Merlin, una figura esemplare di intellettuale e insegnante antifascista che nell’Italia del dopoguerra dedicò la propria esistenza alla rivalutazione del ruolo femminile. Fu fra le poche donne a prendere parte alla Costituente. Il percorso verso la chiusura delle case di tolleranza fu difficile e lungo. Lina Merlin si trovò di fronte a un muro compatto e trasversale, ampiamente rappresentato in Parlamento, che dietro a pretese necessità di salute pubblica garantiva tutela a un mondo maschile il cui predominio sulla donna era espresso fisicamente e simbolicamente anche dalla possibilità di disporre in qualunque momento di un corpo femminile. A pagamento, certamente; ma il problema non era di sicuro il prezzo.

Migliaia di prostitute scrissero in quegli anni alla senatrice Merlin: alcune implorandola di andare avanti e di sottrarle a quella vita schifosa, altre chiedendole di fermarsi, impaurite dalla prospettiva di non avere più una sopravvivenza garantita. La maggioranza però chiedeva alla Merlin un intervento diretto sul proprio singolo caso: un aiuto per uscire dalla casa di tolleranza, un’opportunità di ricominciare una vita. Tutte queste lettere rappresentano lo spaccato drammatico di un’Italia che si proiettava nella modernità tenendo i piedi nel più oscuro dei passati. Chi volesse farsi un’idea dello squallore di quegli ambienti può trovare le lettere sul sito della fondazione Anna Kuliscioff.

A REGGIO EMILIA. Le case di tolleranza erano, ovviamente, presenti anche a Reggio Emilia, con “appendici” nella Bassa, a Correggio e Guastalla. Il fenomeno è molto ben descritto nel libro (ancora disponibile nelle librerie) “Quelle donnine”, scritto da una insegnante di Castelnovo Monti, Angela Pietranera.

I luoghi di prostituzione finivano per connotare interi quartieri, angoli di Reggio che da un pezzo non esistono più. Perché dopo la legge Merlin sono arrivate le ruspe.

Ovviamente era la zona più povera della città – Borgo Emilio, via Franco Tetto – a conoscere la prostituzione in tutti i suoi aspetti più appariscenti. Del quartiere oggi non resta praticamente più nulla, se non via Bellaria; lo sventramento della zona alla fine degli anni Cinquanta ha trasferito la popolazione residente nelle nuove case popolari di via Compagnoni facendo spazio a un polo scolastico per l’epoca avveniristico: quello di via Filippo Re che in un’unica area comprendeva il liceo Spallanzani e lo Scaruffi.

Più strutturata era invece la situazione verso San Pietro, dove le case di tolleranza erano concentrate nel triangolo fra via Borgogna, via San Martino e via Cavagni, quest’ultima non più esistente. Anche in questo caso molta parte ebbero le demolizioni. Alla fine degli anni Sessanta il Comune procedette a una grossa serie di abbattimenti, creando secondo stili moderni quella che oggi è via Giorgione. I commercianti che si trovavano sotto i portici all’angolo con San Pietro vennero provvisoriamente trasferiti in una specie di casotto in muratura sistemato sul marciapiede, in attesa di entrare nei nuovi negozi. Vennero così cancellate le brutture dei vecchi postriboli. Ma non tutte. Quando già si era agli inizi degli anni Ottanta, all’angolo fra via Giorgione e via San Martino ancora resisteva un rudere dai muri diroccati e gli infissi sgangherati. Su un vecchio portonaccio una mano anonima con il gesso aveva tracciato la scritta “W la Wilma”. Lì dentro, in condizioni di assoluta pericolosità fisica, qualcuna ancora riceveva una clientela vecchia (in termini di età) ed evidentemente affezionata. In seguito anche quegli ultimi tuguri furono rasi al suolo.

Un’altra traccia di un passato di prostituzione i giovani della generazione post-legge Merlin la potevano trovare in un vecchio ambulatorio collocato a ridosso della Galleria Parmeggiani. Era lì che venivano spediti i maschietti dopo aver ricevuto il temuto “foglio giallo” (la convocazione al servizio militare) prima di affrontare i cosiddetti “tre giorni”. Un infermiere prelevava loro il sangue per controllare che non avessero qualche malattia.

Sul muro della sala d’attesa un foglio decrepito descriveva le prescrizioni per le “signorine”. Così il perbenismo dell’epoca definiva le prostitute, costrette ad andare lì per dimostrare di non avere qualcosa da “attaccare” ai maschietti.

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