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Reggio vince con la Ghiara

di STEFANO SCANSANI
Reggio vince con la Ghiara

Lo storico Emiliani promuove il patrimonio. Ma è perplesso sull’alleanza con Parma

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È quasi come andare dallo specialista e chiedergli una cura ricostituente (cultural-artistica) per Reggio Emilia. La domanda è questa: quali carte potrebbe giocare Reggio per la sua promozione?

La risposta è inaspettata per l’apprezzamento perché svela delle potenzialità che sono sotto gli occhi, e indica con precisione che il patrimonio c’è, anche clamoroso: «Reggio per l’arte è una delle città più importanti di quanto i normali canali di comunicazione consentano di apprezzare. Basti pensare alla presenza di un capolavoro decorativo come è il santuario della Ghiara, che è il riassunto delle grandi esperienze estensi e post-estensi».

Lo specialista è Andrea Emiliani, 87 anni il prossimo 5 marzo, uno dei padri del rinascimento degli studi storico-artistici italiani e codificatore della museologia contemporanea. Allievo di Roberto Longhi (il suo correlatore fu Francesco Arcangeli), Emiliani tra l’altro è stato sovrintendente a Bologna e direttore della Pinacoteca Nazionale del capoluogo regionale. L’incontro è coinciso con l’elevazione di Parma a Capitale italiana della cultura 2020 e il seguito di delusioni o speranze di Reggio (entrata in finale) di vivere nella scia della Piccola Parigi.

Ma Emiliani nel suo studio non parla di concorrenze, città evidenti, premi ministeriali. Lui, che è dell’antica scuola, preferisce occuparsi di tutela e promozione, di attività museali. E non è nemmeno in sintonia con la stagione delle grandi mostre, articolatissime o genericissime, sia per le spese che per il loro lascito: «Un tempo prima venivano i musei e poi le mostre. Ora è diverso. Il museo è diventato il magazzino al servizio delle mostre. Questa è una delle storture epocali».

Emiliani ci parla dalla sua e nostra immersione in un ambiente colmo di libri, che profuma di carta. E siccome lui ha un’attenzione anche antropologica per il “fare” dell’uomo, indica un’altra cura per Reggio partendo da quell’altra creatura che ha fondato: «All’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna abbiamo cercato di dare voce a tutte le istanze locali. Anche all’enorme collezione etnografica, vale a dire la raccolta di strumenti di lavoro della civiltà rurale. Questa è o sarebbe un altro giacimento della cultura reggiana».

Emiliani ricorda come vivissima l’esperienza di Giancarlo Ambrosetti alla direzione dei Musei civici reggiani. E ne cava anche una lettura storico-politica dalla quale emerge qualche connotato dell’impostazione reggiana, anche contemporanea: «Ambrosetti era molto intelligente, molto colto. E come tutti i romani aveva una visione molto rivoluzionaria. Guardi, un tempo molti comunisti venivano inviati direttamente da Roma a dirigere le realtà culturali dei territori. I suoi trent’anni di guida dei Musei civici sono stati determinanti». Faccio tornare il professore sui suoi passi argomentativi, quando cita i “molti comunisti”. Emiliani sorride, ma non si sottrae all’analisi: «Sì, Reggio era conosciuta come la capitale occidentale del comunismo sovietico. C’erano personaggi molto convinti di questo primato. Bologna era una città di grande comunismo, ma in realtà socialdemocratico. Furono anni davvero straordinari». Lo storico dell’arte non si esprime con il tono del rimpianto, anzi, infila ironia in questa fama passata della nostra città. E poi si incammina verso il presente citando Giuseppe Gherpelli, fino allo scorso anno direttore dei Teatri di Reggio, un intellettuale che è stato l’ autore e l’anima di molte scelte culturali: «Lo ricordo con molto affetto. Per almeno vent’anni della sua vita ha guidato l’Istituto beni culturali della Regione. E lo ha fatto in maniera egregia, direi in maniera severa e rigorosa, già molto veltroniana, tant’è che proprio Veltroni lo mandò a fare il prefetto unico di Pompei. Quello probabilmente è stato il momento più terribile della vita di Gherpelli perché allora la mafia a Pompei sparava. Ricordo che per lungo tempo stette chiuso nella casermetta dei carabinieri...». Racconto ad Emiliani della triade Parma-Reggio-Piacenza per la costituzione di “Destinazione Emilia”, una strategia di marketing comune. Lui: «Il geografo Lucio Gambi non si sarebbe mai sognato di immaginare una connessione del genere. Forse è stata l’autostrada, che prima non c’era...». Ma, si sa, le politiche culturali, non collimano con politiche turistiche.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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