Scalogno dell’Emilia la scommessa vinta dall’azienda Freddi
Questa mattina le telecamere di Rai 1 nella ditta di Calerno «La produzione è in crescita, vogliamo creare un distretto»
SANT’ILARIO. «Abbiamo riscoperto il tradizionale scalogno dell’Emilia, ormai quasi scomparso dalle nostre tavole, studiando un prodotto da seme del nostro territorio e proponendolo alle nuove generazioni tramite un food blogger. Ed è stato un boom».
Matteo Freddi, titolare della Freddi Prodotti Ortofrutticoli di via Lama a Calerno di Sant’Ilario, rilancerà la sua idea dal piccolo schermo. Infatti, le telecamere di Rai 1 si accenderanno sulla storica azienda santilariese: dalle 11 alle 11.50 di questa mattina, nel programma “Buono a sapersi”, la conduttrice Elisa Isoardi punterà i riflettori sulla rinascita di questa coltura, assieme ad agronomi, medici, nutrizionisti. Parteciperà anche lo chef Tinterri del ristorante Prater di Sant’Ilario, che proporrà inusuali piatti a base di scalogno a crudo.
La storia della ditta Freddi rispecchia quella di buona parte del Novecento emiliano: nel 1926 iniziò a vendere i prodotti dell’orto il nonno Umberto, quando si trasferì da Reggiolo a Sant’Ilario come custode di Corte Inzani, vicino a Corte Spalletti. Proseguirono poi i suoi tre figli Nino, Nando e Dino, passando alla produzione industriale nel 1970. Ora portano avanti l’azienda i nipoti (i fratelli Matteo e Andrea, figli di Nando), e siamo alla terza generazione. Una generazione alle prese con un mercato che chiede sempre più prodotti di qualità, locali e sani.
«Nasciamo come partner della grande distribuzione dal 1975, ora siamo fornitori principali di Coop e Conad – spiega Matteo Freddi –. Inizialmente trattavamo patate e cipolle. Poi ci siamo specializzati nella cipolla borettana, più remunerativa e più caratteristica del territorio reggiano rispetto al parmense. Infine, dopo il 2000, nello scalogno».
Un esordio produttivo di nicchia non facile, spiega il titolare. «Siamo stati tra i primi a importare lo scalogno dalla Francia, dove questo prodotto ha una lunghissima tradizione in questa cultura e un utilizzo pro capite doppio rispetto all’Italia. All’inizio eravamo poco convinti: lo scalogno tradizionale resisteva solo sotto il marchio Romagna Igp, ma con numeri minimi. Soprattutto la grande distribuzione ci chiedeva un prodotto italiano: c’era la necessità di arginare i prodotti esteri adattando lo scalogno, quasi scomparso, alle moderne esigenze produttive. Abbiamo studiato una variante non a bulbo, ma a seme; ci siamo avvalsi di società di consulenza per studiare i terreni delle nostre zone, particolarmente adatte. Abbiamo analizzato il modo per assicurare redditività ai produttori».
I numeri hanno dato ragione ai Freddi: «Negli ultimi anni la produzione dello scalogno dell’Emilia (coltivato nelle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza) ha segnato una crescita costante: nel 2017, grazie anche al caldo, abbiamo raggiunto le 300 tonnellate, +20% rispetto all’anno precedente». Un incremento reso possibile anche perché accompagnato da una particolare attenzione alla comunicazione: il sito aziendale (www.cipollefreddi.it) contiene un blog con ricette e idee di utilizzo.
«Il nostro cruccio principale era il cambiamento di stili di consumo: gli anziani lo consideravano solo per il soffritto, i giovani non lo conoscevano. Invece lo scalogno ha innumerevoli usi in cucina e rappresenta una alternativa al più invasivo aglio».
Progetti futuri? «Creare nelle tre province un distretto dello scalogno, che qui cresce con un gusto particolare».
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