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Reggio Emilia, marchi falsi venduti come veri in tre negozi

Reggio Emilia, marchi falsi venduti come veri in tre negozi

Operazione della guardia di finanza di Rimini, perquisizioni e capi requisiti anche in centro a Reggio

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REGGIO EMILIA. «Questa merce, che voi avete pagato come vera, in realtà è falsa». È quanto si sono sentiti dire ieri gli increduli responsabili di tre negozi del centro storico di Reggio, “visitati” dalla guardia di finanza nell’ambito dell’operazione “Eden brand”. Le Fiamme Gialle si sono limitate a perquisire i punti vendita e a sequestrare e registrare capi d’abbligliamento e accessori di noti marchi casual: Trasher, Pyrex, Subprime, Adidas, Vans e Fila.

Oltre al ritiro della merce, nessuna conseguenza per i commercianti, all’oscuro del fatto che i rivenditori avevano spacciato come originali prodotti in realtà realizzati in opifici italiani, confezionati e stoccati nella sede dell’azienda a San Marino e commercializzati non nella fascia “bassa” del mercato, cioè nei mercati ambulanti, bensì anche nelle boutique.

Quattro gli indagati, tutti riminesi: per loro i reati ipotizzati sono contraffazione e immissione nel commercio di marchi contraffatti.

L’operazione della guardia di finanza, che ha impiegato oltre mille militari coordinati dalla Procura di Rimini, fin dall’alba di ieri ha visto 350 perquisizioni in 16 regioni e 59 province.

Le indagini sono partite da un primo sequestro avvenuto nell’ottobre scorso nella città romagnola, dov’erano stati rinvenuti 1.500 capi d’abbigliamento e alcuni cliché per la stampa dei loghi. Marchi casual molto richiesti dai giovanissimi, che i responsabili apponevano su magliette o felpe “vergini”. Risalendo la filiera del falso, i finanzieri hanno scoperto che il cuore del business si trovava a San Marino, dove i quattro indagati «avrebbero sfruttato la fraudolenta registrazione del marchio riconducibile a noti brand, già coperti però da tutela di proprietà intellettuale in ambito internazionale». Da lì avrebbero avviato «una massiccia produzione di abbigliamento da ritenersi contraffatto, poi venduto ad ignari clienti». Secondo gli inquirenti «una condotta particolarmente ingannevole», visto che il prodotto fasullo veniva venduto «allo stesso prezzo dell’originale, in modo da generare in poco tempo cospicui profitti a danno della buonafede del consumatore e della leale concorrenza economica». Ora, in collaborazione con le autorità del Titano, le Fiamme Gialle stanno cercando di stabilire quanto ha reso il “giochetto”: pare che «il giro d’affari delle aziende coinvolte abbia raggiunto in pochi mesi milioni di euro». (am.p.)
 

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