Gazzetta di Reggio

Reggio

In quel campo morirono 10 ebrei reggiani

In quel campo morirono 10 ebrei reggiani

Reggio li ha omaggiati nel 2015 posando una pietra d’inciampo davanti alle loro abitazioni

2 MINUTI DI LETTURA





CRACOVIA (Polonia). Il Viaggio della Memoria 2018 è dedicato ai giusti fra le nazioni, persone non ebree che salvarono ebrei durante la Shoah, e porta ad Auschwitz/Birkenau, dove oltre un milione di ebrei perse la vita assieme a tantissimi altri prigionieri. Anche Reggio Emilia compare in questa direttrice: dieci ebrei reggiani, catturati dopo l’armistizio e la successiva occupazione nazista del Nord Italia, sono morti proprio nel più conosciuto dei luoghi di sterminio. Queste persone sono state omaggiate nel 2015 con la posa delle prime dieci pietre d’inciampo sistemate in terra emiliana: si tratta di piccoli monumenti collettivi ideati dall’artista tedesco Gunter Demnig da piazzare a terra, con un breve rialzo, nel luogo in cui vittime del nazismo hanno vissute libere. Le prime dieci pose reggiane riguardano dieci reggiani di origine ebraica, catturati dalla polizia italiana, passati per il campo di smistamento di Fossoli e poi finiti ad Auschwitz, dove con ogni probabilità non sono sopravvissuti alla prima selezione. Sono le tre sorelle Ada, Bice e Olga Corinaldi, residenti in una bella villa in viale Montegrappa. L’anziana affittacamere di via Monzermone Beatrice Ravà, deportata assieme alle figlie Ilma e Iole Rietti: all’arrivo a Birkenau le figlie avrebbero potuto tentare di passare la selezione, ma scelsero di rimanere con la mamma, finendo subito nelle camere a gas. Anche Oreste Sinigaglia viveva in via Monzermone, e con le vicine di casa condivise la fine. Abitavano in via Emilia San Pietro i borghesi Pietro Melli e Lina Jacchia, mentre era una correggese doc Lucia Finzi, che si consegnò alle guardie nere convinta di non avere nulla da nascondere.

Le vittime del nazismo non sono solo quelle “dirette”. Negli anni successivi la posa delle pietre reggiane, Istoreco ha coinvolto storie di antifascisti ma anche di ebrei morti “indirettamente” per via delle leggi razziali.

Ida Liuzzi non sopravvive al suo nascondiglio a Borzano, così come Dante Padoa, stroncato da un infarto in montagna, dove cercava fuga.

Infine, una delle vicende più amare, quella di Giorgio Melli. Figlio di Benedetto e Lina Jacchia, sopravvive fisicamente alla guerra, riportando traumi e problemi psichiatrici che lo condanneranno a una vita difficilissima, segnata dai ricoveri in varie case di saluto sino alla morte arrivata nel 1977. Era anche lui una vittima dell'Olocausto? Per chi ha posato le pietre d'inciampo decisamente sì. (adr.ar.)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google