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Il voto è segreto e il premier anche

Stefano Scansani
Il voto è segreto e il premier anche

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul Paese "del premier segreto". Delle elezioni che sono più enigmistica che politica

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REGGIO EMILIA. Segreto di Pulcinella. L’italianissima commedia dell’arte soffia dentro questa ennesima campagna elettorale che, oltre a confermare il distacco dagli elettori, li crede interdetti. Una conferma è la rappresentazione che Silvio Berlusconi dà del candidato premier di Forza Italia. Occulto.

Il suo cognome potrebbe iniziare con M e finire con i, oppure principiare con T e concludersi con i, avviarsi con L e esaurirsi con a, esordire con B e chiudere con i. Più enigmistica che politica, quando invece il Paese ha assoluto bisogno di verità: conoscere chi, come e perché dovrebbe fare il presidente del Consiglio dei Ministri. Il quale – sia chiaro – nonostante la fiction berlusconiana sarà incaricato dal Capo dello Stato e dovrà cercare una maggioranza in Parlamento.

Dunque, il gioco a rimpiattino e la suspense sul nome che il vecchio Silvio porta in pectore sono un artifizio fondato sul bel niente.

La schermaglia politica si basa sull’effetto sorpresa, sullo scherzo all’alleato-nemico Matteo Salvini, svelabile una volta conosciuto l’esito delle urne e stabilito chi è più egemone tra Forza Italia e Lega ex Nord.

Quella pianificata da Berlusconi è quindi una strategia in divenire. Per ora la rappresentazione è solo sua, lui tiene la scena dall’esterno essendo pregiudicato e incandidabile. Poi, il 5 marzo, si vedrà essendo il nostro il Paese del chissà chi lo sa.

Torno alla questione delle lettere inziali e finali della tattica dell’ex Cavaliere, cioè al segreto di Pulcinella. Il primo della serie è il cognome dell’ex presidente della Lombardia Roberto Maroni che, si sa, non si è ricandidato per il governo della sua Regione per il conflitto insanabile con Salvini, cioè tra Lega Nord istituzional-moderata e Lega nazionalista-modificata. Svariati dettagli del puzzle sembrerebbero indicare una sintonia d’accerchiamento condivisa da Berlusconi e Maroni. Di certo l’eventualità dell’ex ministro degli Interni a Palazzo Chigi avrebbe un effetto deflagrante dentro la Lega e il centrodestra.

L’altro nome in pectore è quello di Antonio Tajani, ora come ora presidente del Parlamento europeo. Il terzo è quello di Gianni Letta gran tessitore, mediatore, rammendatore delle relazioni da destra a sinistra e viceversa. Infine, l’ultimo cognome è quello dello stesso Berlusconi. Certo, è l’improbabilissimo ri-premier, ma certissimo regista di tutta questa fase thriller della propaganda e del duellismo nella sua area. Moltissimi italiani lo amano, e Amleto proclamerebbe “questo è il problema”.

Area litigiosissima, ad alta tensione. Mai che vi sia convergenza tra ciò che promette Berlusconi, grida Salvini, proclama la Meloni.

Tra loro disputano il gioco dei contrari eppure giurano di volere stare insieme. Lo strabismo fra alleati è una caratteristica della marcia 2018 verso il rinnovo del Parlamento. E la divergenza bitonale sui candidati premier non riguarda soltanto il centrodestra.

Percorre il Pd dove Matteo Renzi è in corsa parallela con Paolo Gentiloni. Il loro è un gareggiamento non dichiarato. Un match inaspettato tra l’agitante segretario dei democratici ex sindaco di Firenze e il premier uscente che è il ritratto del Keep Calm (stai calmo).

La bitonalità interseca pure Liberi e Uguali nel quale si confrontano senza dichiararlo le personalità di Pietro Grasso e di Laura Boldrini.

Tiro in ballo anche M5s perché Luigi Di Maio non ha antagonisti interni, ma è la prima volta che incarna un candidato premier elettronico, frutto de L’Esperimento (prendo a prestito il titolo del libro-inchiesta del collega della Stampa, Jacopo Iacoboni, editore Laterza).

Per capirci: c’è nulla di democraticamente chiaro, e quasi tutto gioca in favore della complessità, partendo dal sistema elettorale alle schede fino a questi soggetti misteriosi che si chiamano candidati premier. Il voto è segreto, non il candidato. Poi c’è il resto, mai capitato nelle precedenti elezioni.

La precostituzione del gruppo misto, la preapertura del mercato dei parlamentari ancor prima dell’insediamento delle due Camere.

La prova del nove è questa: Berlusconi facendo appello a quei pentastellati in lista ma espulsi per la faccenda dei bonifici ritirati, ne dà per certa l’elezione e quindi tenta il loro arruolamento. Si tratta della conferma che molta classe politica è convinta che gli elettori voteranno a occhi chiusi e vedranno il seguito a fari spenti.
È la conferma che esisterà un gruppo misto determinante quanto un partito.

Ci mancava la presentazione della lista segreta dei ministri M5s al Quirinale, venerdì. Atto irrituale, manovra diversiva: il compito in classe consegnato al Quirinale, in anticipo sulle elezioni.

Allora prepariamoci al peggio. Ma anche quest’ultimo (il peggio) per gli italiani è un segreto di Pulcinella.

s.scansani@gazzettadireggio.it
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