Aemilia, per i giudici Gibertini si è pentito troppo tardi
Il giornalista reggiano aveva chiesto le attenuanti generiche in appello, respinte però dai giudici che hanno confermato la condanna di primo grado
REGGIO EMILIA Ha provato a chiedere le attenuanti generiche professandosi ravveduto Marco Gibertini, il giornalista reggiano coinvolto dall'inchiesta Aemilia contro la 'ndrangheta e condannato in appello con rito abbreviato il 12 settembre del 2017.
La sentenza ha sostanzialmente confermato il verdetto di primo grado. Gibertini è stato giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa, quattro tentate estorsioni pluriaggravate (per una delle quali è stato assolto in secondo grado) e una consumata.
La richiesta delle attenuanti da parte del condannato emerge dalle motivazioni della sentenza, depositate ieri a bologna. nelle oltre mille pagine degli atti, viene anche riportato uno stralcio dell'arringa finale del difensore di
Gibertini, che definisce il suo assistito «reo confesso e schiacciato dalle prove», dichiarando poi: «Le generiche vanno riconosciute a questo delinquente. E' un delinquente. non vengo a sostenere che sia un santo. Ma è un delinquente che ha preso le distanze del suo agire».
Il legale ha quindi citato un manoscritto depositato nel 2015 dal reggiano durante l'udienza di appello del tribunale del Riesame, per passare dal carcere agli arresti domiciliari, in cui ammetteva alcune delle sue responsabilità circa le estorsioni. I giudici del tribunale della libertà avevano accolto il gesto come «un principio di riflessione critica».
Per la Corte d'appello «la sentenza di primo grado va confermata anche nel trattamento sanzionatorio» perchè «le ammissioni fatte appena tre mesi dopo la custodia cautelare non sono sintomatiche di un sincero ravvedimento ma strumentali alla mitigazione della pena» e anche per aver ravvisato delle menzogne nel manoscritto difensivo.
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