La picchia, poche prove: va ai domiciliari
Il gip respinge la richiesta del carcere per l’albanese che ha tentato poi di accoltellare gli agenti
REGGIO EMILIA. Era stato arrestato in flagranza di reato con le pesanti accuse di resistenza e minacce (aggravate dall’uso dell’arma) a pubblico ufficiale, nonché maltrattamenti in famiglia e lesioni nei confronti della moglie, che ha riportato 21 giorni di prognosi.
Fatti che avevano portato alla richiesta del carcere da parte della procura per l’albanese di 34 anni, pregiudicato, che mercoledì scorso si è reso protagonista di una movimentata nottata in via Adua. Dopo aver pestato la moglie, una moldava di 33 anni, sotto gli occhi dei tre figli minori, ha affrontato con un coltello gli agenti della questura una volta giunti sul posto chiamati dai vicini.
Per l’albanese, difeso dall’avvocato di fiducia Mario Di Frenna, sono stati disposti ora gli arresti domiciliari in casa del fratello perché, secondo il giudice per l’indagine preliminare Giovanni Ghini, non sono sussistenti i gravi indizi di colpevolezza relativamente ai maltrattamenti. Agli atti risulta che la moglie aveva già effettuato un accesso in ospedale nel 2013 per lesioni da ricondurre ai pestaggi del marito. Un fatto distante nel tempo e che non trova appoggio nella poche dichiarazioni rilasciate per ora dalla donna agli agenti delle Volanti mentre il marito veniva arrestato dopo aver aggredito i poliziotti inviati lì dalla questura.
L’uomo si era già avvalso della facoltà di non rispondere durante l’udienza di convalida, rilasciando poi dichiarazioni spontanee e ammettendo l’aggressione agli agenti, con i quali ha detto di volersi scusare.
Nel carcere della Pulce, dove si era svolta quella prima udienza di convalida dell’arresto del 34enne, era stata ricostruita anche la vita dell’albanese. Alle spalle ha due condanne per rissa e guida in stato d’ebrezza. Il pm Giacomo Forte aveva chiesto quindi la custodia cautelare in carcere, l’avvocato Di Frenna i domiciliari. Il gip Giovanni Ghini si era quindi riservato in merito, sciogliendo ora la riserva e disponendo gli arresti domiciliari dell’indagato. Per il giudice mancherebbero quindi delle dichiarazioni circostanziate da parte della donna per sostenere la necessità della misura di custodia in carcere. (e.l.t.)
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