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«Pagliani tassello essenziale delle cosche»

«Pagliani tassello essenziale delle cosche»

I giudici puntano il dito sulla ’ndrangheta imprenditrice: «Qui è operativa una holding criminale di rilievo internazionale»

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REGGIO EMILIA. L’ex consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, condannato in appello a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa, «costituiva un tassello essenziale per l’esecuzione del programma criminale del sodalizio operante in Emilia, cui forniva effettivamente e concretamente una cooperazione ben precisa, efficace e consapevole». Lo scrivono i giudici della Corte di appello di Bologna, nella parte della sentenza in cui motivano la decisione di riformare l’assoluzione in primo grado del politico. Un ribaltamento giudiziario tra primo e secondo grado, che viene ora spiegato nei particolari. Secondo i giudici, infatti, Pagliani «non solo conosceva parte significativa dei sodali, la caratura e caratteristica criminale dei medesimi e l’ideazione da parte degli stessi di un progetto di attacco politico-mediatico alle massime autorità locali», ma «aveva dato il proprio assenso al programma» che prevedeva «di ribellarsi» contro le interdittive emanate nei loro confronti dal prefetto Antonella De Miro, «contribuendo efficacemente per la propria parte a sdoganare pubblicamente la tesi del gruppo». Per i giudici di secondo grado in Emilia opera una società criminale ramificata, una multinazionale del delitto. Un’associazione ’ndranghetistica al centro del processo Aemilia e che è stata ancora un volta fotografata nelle 1.400 pagine della sentenza in abbreviato, che aveva confermato in gran parte la decisione di primo grado per 60 imputati, con condanne fino a 15 anni. Con queste motivazioni viene fissato un altro punto cruciale dell’inchiesta Aemilia. I giudici confermano i ruoli degli organizzatori e dei partecipi dell’associazione che viene direttamente definita calabro-emiliana: ricca, imprenditoriale e ormai autonoma al nord. «Il progressivo innalzamento di livello dell’associazione - si legge nelle motivazioni notificate in queste ore - si rendeva ancora più evidente con il sempre più ampio e professionale inserimento dei sodali nel mondo degli affari sino a condurre alla formazione di una vera e propria holding criminale di rilievo internazionale». In cui «lo spietato e brutale sistema di approccio degli anni ’90», segnato da omicidi anche a Reggio e Brescello, cede il posto ad uno «più sottile», con metodi mascherati sotto l’apparenza di un’attività imprenditoriale attiva in vari settori e «a tutto campo» nel mondo dell’edilizia, dei trasporti, dei rifiuti e movimento terra, dei quali il sodalizio calabro-emiliano assumeva in breve tempo il sostanziale monopolio». Secondo la sentenza la ’ndrangheta emiliana nel corso degli anni, «pur manifestando costantemente la propria presenza in Emilia con numerosissimi episodi intimidatori e fatti di sangue, mostrava la propria potenza organizzativa con una peculiare capacità reattiva e sapeva al contempo operare sempre più a 360 gradi, con una sorprendente abilità mimetica per meglio infiltrarsi nel tessuto economico imprenditoriale sano della regione». Il gruppo capeggiato da Nicolino Sarcone, condannato a 15 anni, pur mantenendo un legame con la casa madre calabrese, e in particolare con il boss Nicolino Grande Aracri, aveva «piena autonomia decisionale sugli affari da concludere». Grande Aracri era infatti sempre informato degli affari trattati al nord o anche all’estero, oltre che uno dei principali se non l’unico finanziatore del business e a lui andava una percentuale dei profitti. Non era tuttavia da lui, osservano i giudici «che dipendeva l’ideazione o la decisione di quali imprese assoggettare in Emilia né di quali occasioni economiche sfruttare o creare». (e.l.t.)



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