DOPO IL NULLA SABATO SI DIGIUNA
La legge contiene riferimenti e oggetti che appartengono all’altro evo della promozione: vietati i comizi, le riunioni di propaganda diretta o indiretta, la nuova affissione di stampati, giornali...
La legge contiene riferimenti e oggetti che appartengono all’altro evo della promozione: vietati i comizi, le riunioni di propaganda diretta o indiretta, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri manifesti. La domenica è vietata qualsiasi forma di propaganda a meno di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali. Ma a propagare c’è tutto il resto, social. La campagna elettorale avrà in Facebook piuttosto che con Twitter i principali e più tosti supporti-veicoli nelle giornate della riflessione imposta. Il silenzio andrà a farsi benedire. I problemi sono due. Il primo è quello che lo Stato e men che meno una disciplina etica possono risolvere: la comunicazione attraverso i social è irregolabile e non è labile, anzi, frequentemente è determinante. Il secondo problema è l’esigenza del silenzio che già in parecchi hanno giudicato anacronistica e paternalistica.
L’imposizione del “giorno del silenzio” è italica. Emotiva. Perciò ha la finalità di custodire gli istinti (passioni o furbizie). Il “giorno del silenzio” sa di veglia prima dell’investitura, di periodo di digiuno (dalle tentazioni), di rito sociale. Tant’è che fino all’altro ieri il voto era rappresentato come un “dovere” del popolo e più raramente come un “diritto” del cittadino. Negli anni addietro non c’erano leader assenti nei confronti elettorali. Le assenze erano ritenute scandali. I politici si esprimevano con un ultimo appello. Allora sì, dopo quella celebrazione, il “giorno della riflessione” aveva un senso. Ecco perché la pochezza della campagna elettorale sabato diventerà un nulla.
Stefano Scansani
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