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Un mal testa terribile ma niente invalidità «Mancano le tabelle»

di Adriano Arati
Un mal testa terribile ma niente invalidità «Mancano le tabelle»

L’appello di un operaio di Casalgrande alla Regione «Intervenga per regolamentare, basta restare nel limbo»

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CASALGRANDE. Un mal di testa che devasta, che costringe a mesi di cure invasive e che per ora non viene riconosciuto come invalidante.

Spera di riuscire a cambiare le cose per sé e per le tante altre persone alle prese con la cefalea a grappolo, il 43enne Michele Geti di Veggia. Da anni sta cercando di districarsi fra la burocrazia sanitaria e regionale, per ottenere un’invalidità parziale per questa malattia invasiva e dalle conseguenze pesantissime, caratterizzata dal dolore violentissimo e dalla ricorrenza.

Geti, che lavora in un’azienda ceramica a Castellarano, ha ormai acquisito esperienza. «Ho avuto problemi dal 2006, solo nel 2012 a Parma hanno capito che si trattava di mal di testa a grappolo», racconta.

«Io ho due protesi nelle anche a causa di un incidente e quindi una invalidità, ora ho chiesto alla commissione sanitaria del distretto di Scandiano di poter aggiungere questo aggravamento, nei certificati i miei medici hanno indicato anche il mal di testa oltre alle protesi alle anche. La commissione mi ha risposto di non aver a disposizione tabelle certificate con cui parametrare la malattia, i suoi gradi e quindi il livello di invalidità, rimango quindi solo con l’invalidità alle anche».

La cefalea a grappolo però è ben presente. «Ancora non è cronica, ma le crisi di attacchi possono durare alcuni mesi. Quando sono acuti devo stare al buio, fare delle iniezioni molto costose e che agiscono sul cuore, e per fortuna il mio cuore sta bene. Inoltre, proprio per non intaccarlo, i farmaci vanno usati con moderazione e devo respirare ossigeno supplementare per compensare lo sforzo cardiaco», spiega Geti.

In queste fasi, chiaramente è difficile fare altro. «Io rimango nel limbo. Dalla Regione valutano dal 40% al 70% di invalidità solo la malattia cronica, rimane spazio sino al 40% per chi non ce l’ha cronica, e spero di non arrivarci», riassume sconsolato Geti.

«Cosa servirebbe? Un tavolo regionale per ragionare su questo problema, ma è tutto bloccato. Per la privacy i medici possono non fornire i nomi dei loro pazienti, per intentare una causa assieme al patronato occorrono soldi, l’Inps non ha le tabelle per valutare la malattia. Alla fine io sono l’ultimo anello della catena e rimango da solo, in attesa».

Ora Geti lancia un appello, alla Regione perché intervenga e ad altre persone con la stessa patologia per muoversi insieme.

«Un tempo lo chiamavano il mal di testa suicida, perché molte persone affette si sono tolte la vita, impazzite per il dolore, non è un problema da niente. Un aiuto e un riconoscimento di invalidità hanno un senso: La Regione dovrebbe mettere in condizioni le commissioni di valutare, oggi non ci sono gli strumenti». Per potenziare l’appello, l’appassionato musicista Geti sta pensando di scrivere una canzone e si rivolge agli altri malati: «Mettiamoci insieme per farci sentire. Chi ha il mio stesso problema mi può trovare su Facebook e alla mail michelegeti@gmail.com».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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