Gazzetta di Reggio

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Aumentate del 24% le richieste d’aiuto alla Casa delle Donne

di Chiara Cabassa
Aumentate del 24% le richieste d’aiuto alla Casa delle Donne

Silvia Iotti, presidente di Nondasola, legge i dati del 2017 «Cresce la consapevolezza e il desiderio di condivisione» 

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REGGIO EMILIA. Profuma sempre meno di mimosa l’8 marzo, che con il passare degli anni è virato decisamente dal giallo al fucsia, il colore della lotta adottato dal movimento femminista Non Una Di Meno. Un cambio di passo non solo simbolico. Dalla festa alla protesta. Senza per questo rinnegare le radici altrettanto battagliere: a decidere quale fiore dovesse diventare il simbolo delle lotte per la parità genere fu, nel 1946, l'assemblea dell'Udi (Unione donne italiane): tra i candidati vi erano anche anemoni, garofani e la violetta. Ma a spuntarla fu la mimosa, il fiore che i partigiani regalavano alle staffette: economico, solo apparentemente fragile, facile da trovare nei campi e fiorito durante l’inverno. A proporla l’ex partigiana Teresa Mattei che anni dopo raccontò: «Quando nel giorno della festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa penso che tutto il nostro impegno non è stato vano». Un impegno che dopo oltre mezzo secolo continua declinato su vecchie e nuove discriminazioni, ma che deve soprattutto fare i conti con una escalation di violenza sulle donne di fronte alla quale indignarsi non basta. Tanto si è fatto, ma davanti a noi c’è ancora una voragine colmare. Con parole che suonano come rispetto, educazione, consapevolezza, e soprattutto una cultura che miri a miri a scardinare gli stereotipi di genere.

I numeri, in alcuni casi, aiutano. Come gli ultimissimi dati, riferiti al 2017, che riguardano il lavoro svolto dall’associazione Nondasola che dal 1997 gestisce la Casa delle Donne. Le donne accolte nel corso dell’anno appena concluso sono state 417, un numero significativo e soprattutto in crescita rispetto al 2016. «Un aumento – conferma Silvia Iotti, presidente di Nondasola – che si aggira sul 24%. Numeri che noi mettiamo in relazione con una maggiore consapevolezza che porta le donne a cercare aiuto, a non vivere in solitudine la propria situazione ma di condividerla». E chi pensa che la violenza di genere sia qualcosa che non ci riguarda, magari circoscrivendola a una cultura che non è la nostra, viene smentito dai numeri: delle 417 persone che sono state aiutate dalla Casa delle Donne, 219 sono italiane (il 67%) e 112 straniere (il 33%).

Un altro dato importante è quello che riguarda la durata del percorso fatto dalle donne che si rivolgono a Nondasola: «Il fatto che sempre più donne – spiega Silvia Iotti – rimangano in contatto con noi continuando il loro percorso oltre la “soluzione” di un’emergenza, è importante. Questo significa che scatta una presa di coscienza grazie alla quale le donne sono portate a riflettere sulla propria identità, sul bisogno di redifinirsi e riportare lo sguardo su di sè. Quando una donna vive all’interno di un rapporto violento, è come se camminasse sulle uova, guarda in faccia la persona di cui ha paura per capire come difendersi, è concentrata sull’altro e non può esserlo su se stessa. Ecco, quando una donna sceglie di prolungare il suo percorso è perché l’obiettivo diventa quello di ricominciare a vivere a partire da sè». Un altro tema drammatico è quello dei bambini: non solo le donne che si sono rivolte a Nondasola nel 76% dei casi hanno dei figli ma nel 57% dei casi quei figli sono stati sottoposti «a quella che chiamano violenza assistita – prosegue Iotti – ma è più giusto definire condivisa». Con un’aggravante: «Notiamo una scarsa attenzione nei confronti dei bambini quando per esempio si insiste sull’affido condiviso anche quando la coppia continua a vivere un rapporto conflittuale e non risolto. Una concezione bestiale della famiglia che, a quanto pare, deve rimanere insieme a qualsiasi costo». Un “a qualsiasi costo” che troppo spesso finisce sulle pagine della cronaca più nera.



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