Ebrei d’Italia, storia sconosciuta
Il ruolo nelle scuole del Museo nazionale e della studiosa Francesca Panozzo
CRACOVIA. Sia Polonia sia Italia hanno un lunghissimo rapporto con l’ebraismo; per secoli le comunità giudaiche sono state parte insieme integrante e insieme “separata” di questi territori, segnandone città e usanze. Una presenza su cui oggi c’è poca consapevolezza. Per estremizzare, quando si parla di ebrei si salta direttamente da Mosè ad Auschwitz. Di questi temi si occupa da anni Francesca Panozzo del Museo ebraico di Bologna, che in gennaio ha incontrato le classi del Viaggio della memoria in una delle fasi principali del percorso preparatorio. «In questi anni la Polonia ha fatto un lungo lavoro poi confluito nella realizzazione del Museo Polin di Varsavia, nel quale si raccontano mille anni di storia degli ebrei polacchi e che cerca, secondo me non sempre realizzando in pieno il suo obiettivo, anche di mettere in rilievo gli innesti culturali tra gli ebrei e la Polonia», racconta. Già, perché «la Polonia, la sua cultura, la sua storia, non sarebbe la stessa se non avesse avuto la sua componente ebraica e viceversa, gli ebrei polacchi, nonostante non si possano riunire sotto un’unica etichetta poiché si andava dai poliglotti studenti dell’università di Varsavia agli abitanti degli shtetl dello Yiddishland, sono caratterizzati in quanto tali». E l’Italia? «In Italia questo ruolo, a livello nazionale, dovrebbe essere svolto dal Meis, il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, a Ferrara. Il lavoro da fare è ancora tantissimo perché quando si parla con i ragazzi, e non solo, gli ebrei sono quelli della Bibbia che poi riemergono nei libri di storia a causa della Shoah e, a seguire, dello Stato di Israele», risponde la Panozzo. Ma la strada è lunga: «Per fare un esempio: qualche anno fa in una scuola media in cui ero andata a parlare di Shoah una ragazzina mi ha chiesto da dove erano stati paracadutati gli ebrei. Ha usato proprio questo termine. Non ne aveva mai sentito parlare prima nel suo corso di studi e in ogni caso sempre in maniera separata dalla storia d’Italia, mentre noi dovremmo lavorare per far capire che gli ebrei in Italia, come in Polonia, non sono estranei o parentesi delle storie nazionali». Proprio per ridurre questa distanza, a gennaio Panozzo e Istoreco hanno organizzato gli incontri nelle scuole reggiane. E ora si può tracciare un primo bilancio. «Molti non sanno nemmeno che esista un museo a Bologna che, nella sua mostra permanente, racconta la storia e la cultura ebraica con un occhio particolare alla presenza ebraica in Emilia Romagna, e non solo a Bologna. Probabilmente, se fosse un museo della Shoah sarebbe più conosciuto. Ma io credo che prima di parlare di Shoah e per poterla comprendere davvero, bisogna sapere chi sono gli ebrei». Allo stesso tempo «la curiosità c’è. E mostre come quella allestita in questo periodo su Arpad Weisz (leggendario allenatore del Bologna negli anni ’30) aiutano ragazzi e professori a scoprire il museo e la storia che racconta». (adr.ar.)
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