«Non l’ho ucciso, è stato Naveed»
Omicidio di Fabbrico: Ghulam punta ancora il dito contro il presunto complice
FABBRICO . «Ho solo partecipato alla costruzione dello scherzo, alla creazione del finto profilo Facebook. L’ho fatto per necessità, ma non ho ucciso io Ahmed Waqas». A parlare, ieri, durante l’incidente probatorio in tribunale a Reggio, è stato Mustafa Ghulam, 48 anni, accusato di omicidio aggravato premeditato in concorso con Shamraiz Sadiq Naveed, con l’aggravante dei futili motivi e della crudeltà, e occultamento del cadavere di Ahmed Waqas, 20 anni, anche lui pakistano, ucciso a Fabbrico. Il ragazzo sarebbe stato ucciso con un’arma bianca, mai stata trovata. Un omicidio venuto a galla il 14 maggio 2014, durante alcuni lavori di sbancamento in via Cascina a Fabbrico, gli operai trovano uno scheletro. Una morte violenta, accoltellato con un fendente all’addome e un taglio alla gola, poi trasportato nel campo, dove è stato sotterrato.
Ghulam, difeso dall’avvocato Fabio Campostrini del foro di Verona, è stato sentito alla presenza del pm Giacomo Forte davanti al giudice Angela Baraldi. Presenti anche gli avvocati Lucia La Rocca e Mario Di Frenna per la futura costituzione di parte civile dello zio, e l’avvocato Francesco Tazzari e Mauro Intagliata per il padre della vittima.
«Non sapevo che lo voleva uccidere» ha detto l’indagato, puntando quindi il dito direttamente sull’amico Naveed, che a sua volta aveva negato di essere l’autore dell’efferato omicidio. Durante il precedente interrogatorio, proprio Naveed aveva contestato anche il movente. Secondo l’accusa sarebbe una maldicenza: il connazionale ucciso avrebbe messo in dubbio la fedeltà della giovanissima e bellissima moglie di Naveed. Ma l’arrestato ha sostenuto di non avere rancore nei confronti del giovane sgozzato. L’indagato ha negato anche i frequenti contatti telefonici con la vittima: a suo dire, qualcun altro gli prendeva il cellulare. La sera di San Valentino Naveed ha raccontato di aver visto Waqas salutare tutti, bagaglio in mano, in partenza per la fuga d’amore con la fidanzata segreta, della quale la stessa vittima era convinta. Secondo l’accusa era invece una messinscena dei due complici per umiliare il ventenne e attirarlo della trappola. Naveed ha affermato di non essersi mosso dalla casa dormitorio condivisa coi connazionali in via Matteotti e di essersi svegliato alle 5 per andare al lavoro. L’accusa ha contestato a Naveed anche un’intercettazione telefonica, nella quale il 38enne manifestava preoccupazione per l’andamento delle indagini, prometteva di informarsi e temeva che i carabinieri arrivassero a lui. L’indagato ha affermato di non spiegarsi perché Ghulam lo chiami in correità. In effetti il teste chiave che ha portato gli inquirenti a Naveed è il primo arrestato Ghulam, sodale della vittima e “tramite” con la presunta fidanzata, nonché omosessuale respinto dal ventenne. (e.l.t.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
