L’export reggiano nel 2017 è da record
È salito dell’8,7% attestandosi a 10,3 miliardi: a trainare è la metalmeccanica. La Cina è il primo fornitore di Reggio
REGGIO EMILIA. Il 2017 è un anno da incorniciare e tenere bene a mente. Sono infatti più che positive le notizie che giungono dall’economia reggiana. Secondo la Camera di commercio e Unindustria l’export ha segnato nel 2017 un nuovo record.
Secondo l’analisi dell’ente camerale sui dati Istat, il valore delle esportazioni reggiane è infatti salito l’anno scorso dell’8,7%, attestandosi a 10,3 miliardi. Per trovare un incremento più rilevante, occorre tornare al 2010 e al 2011, quando però l’export valeva poco più di 8 miliardi e stava recuperando la grave perdita del 2009.
Proprio allora, in un solo anno e in piena crisi economica, le esportazioni crollarono del 23,6%. «Siamo di fronte a un risultato particolarmente soddisfacente, l’incremento più rilevante degli ultimi sei anni che rappresenta l’ulteriore consolidamento di un trend che è in atto dal 2012 – commenta il presidente della Camera di Commercio Stefano Landi – quando abbiamo interamente recuperato i valori pre-crisi e, da allora, anno per anno si è registrata una crescita che ci ha portato ad un incremento complessivo che si attesta attorno al 25%, vale a dire due miliardi di esportazioni in più».
A trainare l’export è soprattutto il settore metalmeccanico che da solo rappresenta più della metà delle esportazioni, passato dai 4,8 miliardi del 2016 ai 5,4 del 2017, con un incremento del 12,7%. A seguire, il tessile abbigliamento ha registrato un incremento del 6,6%, il ceramico del 3%, l’alimentare del 5,4%, e il comparto della gomma-plastica vicino al 13%.
I Paesi dell’Europa rimangono i maggiori acquirenti di prodotti reggiani, in prima fila c’è la Germania. In aumento le vendite verso il Regno Unito, Russia e Turchia.
Nel frattempo è proseguita la crescita del mercato americano, che nel 2017 si è confermato come seconda area di destinazione di merci «made in Reggio». In crescita anche le esportazioni reggiane verso l’Asia, che nel 2017 hanno raggiunto un valore di un miliardo e 195 milioni di euro, con una crescita del 6,1%. La Cina, con 296,5 milioni e una crescita del 17,4% in un anno, si colloca all’ottavo posto nella graduatoria dei compratori di prodotti reggiani ed è il primo paese asiatico, ma rappresenta anche il principale fornitore della provincia di Reggio Emilia. Da quel Paese, infatti, provengono prodotti per oltre 576 milioni di euro e la bilancia commerciale mostra un saldo negativo pari a oltre 279 milioni.
Il presidente di Unindustria Mauro Severi definisce i risultati un «nuovo record» e commenta: «Gli imprenditori reggiani considerano l’internazionalizzazione una leva sempre più importante per la crescita e lo sviluppo della propria azienda. La qualità del prodotto e la vocazione all’innovazione, tratti distintivi del made in Reggio, ci permettono di continuare a essere protagonisti sia nei mercati tradizionali che in quelli emergenti, nei quali si sta rafforzando il nostro posizionamento. Certamente il mondo imprenditoriale sta seguendo con attenzione gli sviluppi sulle politiche internazionali legate all’inasprimento dei protezionismi e dei dazi commerciali, auspicando che vengano evitate guerre commerciali che impatterebbero negativamente su fiducia, investimenti e lavoro».
Unindustria segnala inoltre che il tasso di disoccupazione rilevato nella provincia reggiana (4,9%) è il più basso tra le province emiliano-romagnole. Tra gli indicatori significativi c’è, per il terzo anno consecutivo, l’aumento del tasso di occupazione che passa al 68,4% (+0,2% dal 2016), collocando Reggio Emilia al tredicesimo posto nella graduatoria nazionale.
In valori assoluti il numero degli occupati è diminuito di qualche centinaio di unità, ma in concomitanza con un contestuale calo della popolazione residente. Il tasso di disoccupazione è inoltre il quarto migliore in Italia dopo Bolzano, Bergamo e Venezia. La variazione rispetto all’ultimo dato (dal 4,7% al 4,9%) è spiegabile con un calo significativo degli inattivi (soggetti classificati né come occupati né come disoccupati), ovvero delle persone che si sono messe alla ricerca di un impiego per effetto della ripresa dell’economia.
La composizione della forza lavoro rileva una crescita dei lavoratori dipendenti (+2,6%), a fronte di un calo degli indipendenti (-8,8%). Cresce la componente maschile di due punti percentuali (76,8%), mentre cala nella stessa proporzione quella femminile (59,8%).
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