Gazzetta di Reggio

Reggio

«Campassi cent’anni per me è impossibile scordare quelle ore»

di Luigi Vinceti
«Campassi cent’anni per me è impossibile scordare quelle ore»

Gastone Amaini era il segretario provinciale della Dc Nel suo racconto tutta l’ansia sull’asse Reggio-Roma

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REGGIO EMILIA. «Campassi cent’anni, per me è impossibile scordare quelle ore dopo il rapimento di Moro. Alla diffusione della notizia fu tutto un susseguirsi di incontri pubblici e ristretti, di eventi emozionanti che ebbero riflessi anche sulla politica locale».

Gastone Amaini – è lui che parla – all’epoca era segretario provinciale della Democrazia Cristiana che aveva la sede in via Ludovico Ariosto, accanto alla chiesa del Cristo.

«Io lavoravo – racconta – all’Istituto delle Case Popolari, ora Acer, in piazza Vallisneri. Arrivavo da Correggio, dove abitavo e abito tuttora, e dedicavo la mattina ai doveri professionali mentre nel pomeriggio potevo occuparmi di politica. Quel mattino il custode della sede della Dc mi telefonò per dirmi che da Roma mi cercavano con insistenza perché... avevano rapito Aldo Moro. Cosa dice? Ma è sicuro? Fatto sta che in tutta fretta, in bicicletta, attraversai la città e raggiunsi gli uffici del Partito. In pochi minuti ebbe inizio una raffica di chiamate, di inviti agli uomini della direzione della Dc locale per incontrarci a ragionare, discutere, analizzare le cose da fare, le iniziative da prendere. La conferma del rapimento nel frattempo esplose in tutta la sua gravità e ne fummo letteralmente travolti».

Fra i primi contatti avuti, Amaini rammenta la telefonata ricevuta dal Comune personalmente dall’allora sindaco di Reggio, Ugo Benassi.

«Mi propose di dare evidenza e partecipazione a quanto era accaduto con una manifestazione pubblica aperta a tutti. Ci trovammo ovviamente d’accordo ma faticammo un attimo a concordare il punto dal quale far partire il corteo. Da un lato c’era l’idea di cominciare da piazza Prampolini dall’altra, considerando che si trattava del presidente nazionale della Dc, da piazza del Cristo dov’era appunto la nostra sede. Prevalse d’un soffio questa seconda ipotesi e la mobilitazione fu tanto sollecita quanto straordinariamente partecipata».

Il corteo che si formò fu inimmaginabile e piazza della Vittoria si mostrò incapace di accogliere tutti. La gente si sparse sino alle strade vicine, tutti in silenzio ad ascoltare i discorsi ufficiali lanciati da un palco velocemente eretto di fianco alla statua dei Caduti volgendo le spalle al Teatro Municipale.

«Avevamo formato – prosegue Amaini – un gruppo di “pensatori” che in un paio d’ore ebbe il compito di studiare e stilare il testo del mio intervento. Fra gli incaricati di questo compito c’erano il professor Walter Gelosini e Baldi, segretario del senatore Giorgio Degola. Quando salii sul palco ero sinceramente emozionato, era uno dei miei primi discorsi pubblici, e mi confortò il fatto che lì accanto c’erano tanti miei amici, da Romano Fieni a Franco Bonferroni, da Tarcisio Zobbi a Pierluigi Castagnetti, ad Emerenzio Barbieri. Ma la scena era decisamente forte perché la platea era impressionante. Si vedevano i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, gli esponenti di tutti i partiti, bandiere e vessilli di tutti i colori che sventolavano su questa marea di teste. Fui abbastanza duro e seppi più tardi che qualche passaggio non trovò il pieno compiacimento del sindaco. Gli applausi furono comunque corali e il mio intervento venne pubblicato integralmente su un giornale locale».

Nelle giornate successive furono promossi altri incontri, a Castelnovo Monti, Correggio, Guastalla, Sant’Ilario, ma nulla lasciò il segno come quella sollevazione cittadina.

«Seguì un periodo di drammatico silenzio – conclude Amaini – accompagnato dall’esame dei messaggi lanciati dalle Br. Fui convocato a Roma dove rimasi diversi giorni e per qualche tempo dovetti anche vivere seguito da una scorta silenziosa. Rammento in quel periodo la vicinanza di Emerenzio Barbieri e del presidente della Provincia, il socialista montecchiese Vittorio Parenti. Erano gli anni della “guerra fredda”, di Radio Tupac che lanciava frecciate. Momenti delicati ma anche di sicura formazione per tutti. Giorni dunque non usuali e che appunto mi hanno lasciato un bagaglio tale di emozioni che non posso dimenticare».



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