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«Furono ispirati dagli americani»

«Furono ispirati dagli americani»

Ivano Prampolini, l’operaio che disegnò i primi riduttori «Luciano ebbe l’intuizione guardando la gru dell’esercito»

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REGGIO EMILIA. Non era presente nessuno della famiglia Brevini al Buco Magico, ma il dipendente più vecchio, quello che per tutti ha la matricola n°1, invece non è voluto mancare.

«È come se fosse uno dei fondatori» ci dicevano prima che arrivasse al centro sociale, mentre erano in tanti ad aspettare di poterlo salutare e riabbracciare.

Ivano Prampolini in Brevini è entrato negli anni Sessanta per andarsene in pensione alla fine del 1985. «È passato tanto tempo, che quasi non ricordo di preciso l’anno», dice mentre saluta Amabile Carretti. Ma la sua esperienza di vita in Brevini in realtà se la ricorda tutta. «Da quando – rammenta – eravamo solo in dodici dipendenti nella prima sede in via Fantuzzi e quando nei locali c’erano solo un tornio e altre due macchine utensili. Per tanti anni ho lavorato a stretto contatto con i tre fratelli – Luciano, Renato e Corrado – spostandoci come sede e allargandoci man mano che il mercato cresceva».

La memoria è ancora pronta ed è proprio lui che ci racconta come Luciano e Renato ebbero per primi l’intuizione di realizzare i riduttori epicicloidali in Italia. «Fu – racconta – quando arrivarono gli americani a Reggio e Luciano vide passare la colonna militare sulla via Emilia. Davanti a tutti c’era un soldato di colore con l’attrezzo utilizzato per individuare le mine. Alle sue spalle una grande gru, che doveva servire per spostare i carri armati e i mezzi pesanti abbandonati sulla sede stradale. Fu proprio vedendo come si muoveva quella gru che Luciano ebbe l’intuizione di realizzare un riduttore che in Italia ancora non esisteva. “Se lo fanno gli americani, lo possiamo fare anche noi”, dissero i due fratelli dopo aver visto la gru lavorare, trasformando l’azienda che all’inizio produceva piccole macchine agricole».

«Siamo – dice con ancora grande senso di appartenenza, prima di correggersi – Sono partiti da quell’idea e io sono stato quello che ha trasferito sulla carta e disegnato i primi riduttori Brevini».

Prampolini che era entrato come operaio, si è diplomato frequentando i corsi serali ed è diventato perito industriale. E ha sempre continuato a disegnare e dare sostanza tecnica alle intuizioni dei fratelli Brevini, anche quando iniziarono ad arrivare altri diplomati e i primi ingegneri. Anche per Prampolini la caratteristica principale della F.lli Brevini, «è quella di aver sempre lavorato come se si fosse in una grande famiglia, con i titolari e le loro mogli che ogni giorno ti trovavi a fianco. Chi ha lavorato in Brevini in quegli anni ci ha dato la pelle, senza badare ai ruoli». E la Brevini, che da dodici dipendenti è arrivata ad averne oltre 2mila, con uno stabilimento in Cina e uno in Germania, pur vivendo per anni in un’invidiabile pax sindacale, è stata anche una fucina di tanti operai che poi sono diventati sindacalisti.

Come Amabile Carretti, per anni nella segreteria confederale della Camera del Lavoro reggiana e che ha lavorato in azienda per quattro anni.

«Quando – ricorda – le donne erano poche e io lavoravo al controllo qualità, essendo un perito elettrotecnico».

Anche lei giovedì sera non ha voluto mancare all’appuntamento con gli ex colleghi, dove ha ritrovato un altro sindacalista come Enzo Lazzaretti, che invece in azienda c’è stato dal 1973 al 2002 e per molti anni è stato anche membro della Commissione interna.

«Sono entrato come apprendista – ricorda – e alla Brevini ho lavorato tanti anni e ho trovato anche moglie. Lavoravamo insieme nello stesso reparto». Quello che gli è rimasto della Brevini «sono soprattutto i rapporti interpersonali che ancora durano con gli ex colleghi e con i quali si andava a pesca e in bicicletta. Quando sono arrivato si lavorava nove ore al giorno poi si è passati a otto. Si è sempre discusso con i Brevini, ma alla fine l’accordo si trovava». (r.f.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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