Gazzetta di Reggio

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Guastalla, Amadei compie 99 anni: una vita in arte e politica

di Jacopo Della Porta
Guastalla, Amadei compie 99 anni: una vita in arte e politica

Intervista, tra attualità e passato, allo storico deputato socialdemocratico. «Il mio desiderio era quello di diventare professore universitario di belle arti»

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GUASTALLA. «La schiena non regge più tanto. Ma la testa, forse, regge ancora: mi diletto a leggere e studiare fino a tarda sera ed è quello che mi salva».

Giuseppe Amadei commenta con ironia il traguardo che ha raggiunto oggi: ben 99 anni. «Come li festeggio? Per carità non mi è mai piaciuto festeggiare. Figurarsi adesso che sono così tanti».

Il politico guastallese, parlamentare per tre decenni, ha attraversato tutte le fasi della politica italiana dalla Liberazione al 1992, ricoprendo numerosi incarichi. «Ma la mia grande passione è sempre stata l’arte. Il mio desiderio era quello di diventare professore universitario di belle arti».

Una passione testimoniata dalle pareti del suo appartamento a Guastalla, che ha condiviso a lungo con la moglie Maria Luisa Conti, deceduta a gennaio all’età di 92 anni e dalla quale ha avuto le figlie Gabriella e Rosanna.

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Amadei, la politica la appassiona ancora?

«Non l’ho mai abbandonata, anche se dal 1992 non sono più iscritto ad alcun partito. Del resto ho fatto politica per 50 anni, di cui 30 come parlamentare socialdemocratico. Vado sempre a votare perché per mezzo secolo sono andato sulle piazze a raccomandare a tutti di farlo, indipendentemente dal partito di appartenenza, di andare a votare».

In questi anni si è assistito all’aumento dell’astensionismo.

«Quando ho cominciato, nelle prime elezioni, votarono l’89% degli aventi diritto. Se penso che alle regionali l’affluenza è stata del 37% c’è da preoccuparsi. Per fortuna alle ultime elezioni gli italiani sono tornati alle urne».

Come giudica il risultato della tornata appena conclusa?

«Male, perché non ha consegnato un governo».

Ma anche in passato il voto non dava maggioranze assolute.

«Fino a poco tempo fa il sistema era bipartitico. C’era un raggruppamento che vinceva e un altro che perdeva. Maggioranza e opposizione potevano dialogare e trovare un accordo, restando ognuna sulle proprie posizioni. Oggi ci sono tre gruppi, che non riescono a trovare un accordo. La situazione è quasi drammatica, però si troverà una soluzione, perché la politica non dà appuntamenti ai quali non si possa rispondere. Ci sarà un governo ma la situazione è più difficile rispetto ai miei tempi».

Oggi c’è una sfiducia generalizzata verso il sistema politico.

«Non ci sono più le ideologie. Noi ci combattevamo ma ci rispettavamo a vicenda. Oggi è tutto diverso, i parlamentari non sono nemmeno votati dalla gente. Si parla di fine della Seconda Repubblica, ammesso che sia mai nata, ma di certo la Terza non ha ancora visto la luce».

Si parla tanto di populismo.

«Con il populismo non si va avanti. Proprio oggi ho sentito che Salvini e Di Maio hanno parlato e hanno detto che sono d’accordo su un argomento. La priorità è riformare i vitalizi dei deputati. Sono d’accordissimo. Dovremmo avere la pensione in base ai contributi versati, ma pensare che sia la prima priorità per il Paese mi fa ridere. La gente ha bisogno di riforme più sostanziose. Per quanto mi riguarda, quando ero parlamentare si stimava che la vita media fosse sui 70 anni. Io sono andato oltre di 30...».

La sua storia politica coincide con quella del Partito socialdemocratico.

«Quando nel 1947 c’è stata la scissione di Palazzo Barberini ho partecipato con Saragat e il deputato Simonini. Da allora sono rimasto fedele al mio partito. Finita quella storia non mi sono più iscritto a nessun altro».

Come era il clima politico a Reggio Emilia e Guastalla nel Dopoguerra e negli anni successivi.

«Nel Reggiano la situazione era difficile. La lotta tra comunisti, socialisti e democratici ha toccato punte cruente, difficili da superare. Penso all’uccisione nel 1946 del sindaco socialista di Casalgrande Farri. A Guastalla invece il clima era diverso e il Pci era meno forte. Ho combattuto il comunismo ma non ho combattuto i comunisti. Ho sempre detto: “Che socialista sarei se combattessi un operaio perché è comunista?”».

Le sue grandi passioni sono l’arte e il collezionismo.

«A 25 anni fui nominato ispettore della Sovrintendenza sui monumenti e le opere d’arte. Come politico ho sempre pensato che la politica dovesse andare d’accordo con le lettere e le belle arti. Tra gli incarichi che ho avuto, quello che più di tutti è stato vicino alle mie aspirazioni è stato la presidenza della Commissione istruzione e belle arti della Camera. Ero molto più portato per quello che non per le finanze, di cui sono stato sei volte sottosegretario».

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Lei è un esperto di Ligabue.

«Sono praticamente nato con lui, non come anno di nascita, ma come amore per l’arte. Ne sono un modesto collezionista. Il mio primo quadro in assoluto è stato “La traversata della Siberia”. Lo comprai nel 1945 con il primo stipendio da professore. Lo portai a casa orgoglioso e mio padre, che era operaio e voleva che aiutassi la famiglia invece di comprare dei quadri, non fu del mio stesso parere. Mi disse: “Questo mese mangerai la neve raffigurata nel quadro?”. Per evitare discussioni per 10 anni non lo esposi. Conservo quel quadro come una reliquia e mi piace guardarlo ogni giorno. Una volta andai in Venezuela con Andreotti e vidi una riproduzione di questa opera in una libreria. Fu una grande emozione».

In che occasioni ha frequentato Ligabue?

«Molte, sono stato anche presidente del manicomio del San Lazzaro dove venne ricoverato tre volte. Non potevo comprare spesso un suo quadro, mi accontentavo altre volte di un’incisione. Ho anche l’unico quadro che ha dipinto in manicomio, nel ’37, una tecnica mista che mi è stata chiesta dal museo di Gualtieri».

Le opere di Ligabue, anche quelle che possiede lei, sono popolate di animali.

«Li amava. Erano gli unici amici con i quali poteva parlare e lui sapeva ascoltarli. Mi ricordo una volta come ringraziò un gatto che si era strofinato vicino alle sue gambe. Del resto nella sua vita non aveva mai ricevuto una carezza dalla mamma, che lo abbandonò a sei mesi, o da una donna».

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Come lo definirebbe?

«Un pittore della solitudine, della malinconia e della tragicità della vita. Potrei raccontare tantissimi aneddoti su di lui. Come è noto non aveva un portafoglio e non aveva soldi. Perciò i collezionisti gli portavano i colori e poi passavano a prendere il quadro. Una volta un guastallese scoprì che aveva già dato via il suo quadro e iniziò ad offenderlo: “Imbroglione, uomo senza parola”. Poi gli disse: “Vi compatisco perché siete un matto”. Allora lui con il pennello in mano, fissandolo negli occhi, gli disse: “Sentite, il professor Benassi (direttore del manicomio di Reggio) mi ha detto che un matto può sempre guarire ma un imbecille come voi non guarirà mai”. A giudicare da queste battute credo si debba pensare che la sua pazzia poteva essere a giorni e momenti. Le sue opere d’arte, comunque, superano la pazzia e sono quelle di un grande artista».

Qualcuno lo ha accostato ai naif, cosa ne pensa?

«Per carità, è tutto tranne che un naif. Dei naif, ho rispetto, però io amo l’arte astratta»

Quali altri artisti reggiani ha frequentato?

«Sono stato un grande amico di Alberto Manfredi. Ogni settimana andavo da lui a comprare un’acquaforte».

A Roma ha avuto l’occasione di conoscere tanti maestri.

«Non sono mai andato a cena con un ministro e difficilmente con un politico. Le mie cene migliori sono state con Turcato, Reggiani, Corpora, Guttuso, dei quali ho visitato gli atelier. Ho cercato di valorizzarli e feci in modo che le loro opere fossero riprodotte sui biglietti della lotteria».
 

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