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Reggio Emilia, serata amarcord per la storica Brevini e i suoi protagonisti

Al centro sociale Buco Magico la prima rimpatriata dei dipendenti Più di 60 persone hanno risposto all’appello e ricordato quei tempi


17 marzo 2018 di Roberto Fontanili


REGGIO EMILIA. Quando alla Brevini si parlava dialetto reggiano, i padroni e gli operai lavoravano ogni giorno gomito a gomito. Poi, come è accaduto in tante aziende reggiane, sono cambiati la proprietà, la governance, il rapporto tra e con le maestranze. È cambiato il mondo in realtà, non solo alla F.lli Brevini. «Una grande azienda che prima di tutto era una grande famiglia», così la ricordano gli ex dipendenti. Dal primo dipendente al primo ingegnere, a chi ha fatto una carriera tutta all’interno a chi l’operaio l’ha fatto per tutta la vita. Una storia tutta reggiana, di un’azienda nata in un garage e che ha saputo affermarsi e portare il “Made in Reggio” in giro per il mondo.

In chi alla Brevini ci ha lavorato, da apprendista fino alla pensione o in chi è entrato per uscirne e poi ritornare, e in chi in fabbrica non solo ci ha lavorato ma ha trovato moglie o in chi, partito da operaio, è andato in pensione da impiegato o da dirigente, un tratto comune è rimasto: l’orgoglio, ancora oggi, di essere stato uno della Brevini.



Giovedì sera al centro sociale Buco Magico, tra i gli oltre sessanta ex dipendenti dell’azienda che dopo anni si sono ritrovati per una rimpatriata, si avvertiva il piacere di stare insieme, di ritrovarsi, di ricordare quando tutte le mattine si entrava in fabbrica. Un mondo dove si lavorava, ma c’era anche la consapevolezza di veder riconosciuto il proprio impegno. E non è stato un caso che per tantissimi anni alla F.lli Brevini non sia stato fatto nessuno sciopero per il rinnovo del contratto integrativo aziendale. Ogni anno la proprietà e la commissione interna, e cioè i sindacati, si riunivano per decidere scatti e promozioni. E se c’era una vertenza per il rinnovo del contratto, era la stessa proprietà che quantificava e anticipava l’aumento salariale, con l’impegno a integrarlo in caso di incrementi ulteriori al termine della vertenza. L’importante era che le macchine non si fermassero, per rispettare gli ordini e mandare i riduttori epicicloidali in giro per il mondo.

Gli ex dipendenti, tra un pezzo d’erbazzone e un piatto di tortelli verdi, tra una chiacchiera e una battuta, giovedì ci hanno raccontato di una fabbrica in cui il padrone non si è mai dimenticato da dove fosse partito e di essere stato un ex operario delle Reggiane. Parlava in dialetto e tutti i giorni lo trovavi in reparto. Di un imprenditore che ha avuto un’intuizione geniale, ma che aveva chiaro il valore del lavoro dei suoi collaboratori, che nel frattempo erano diventati amici tra loro e insieme non vivevano solo le 8 ore in fabbrica, ma anche il tempo libero.
 

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