Gazzetta di Reggio

Reggio

«Mio figlio come un pacco postale»

di Cristina Orsini
«Mio figlio come un pacco postale»

La protesta della madre di un sedicenne autistico trasferito quattro volte in dieci giorni da ospedali e centri per disabili

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CADELBOSCO SOPRA. «È stato trattato come un pacco postale. E questo è inaccettabile». La mamma 38enne di un ragazzo di 16 anni, gravemente autistico, sballottato da un ospedale all’altro negli ultimi dieci giorni, racconta l’odissea di suo figlio e l’angoscia di una famiglia (il padre 40enne, operaio; lei impiegata) che risiede a Cadelbosco, impotente di fronte a burocrazia e carenza di strutture in grado di gestire situazioni così complesse su minori.

«Siamo riusciti a tenere a casa nostro figlio – racconta la donna – fino a quando ha compiuto 13 anni. Poi la situazione è diventata ancora più pesante, e siamo stati costretti a cercare una struttura in grado di garantire la sicurezza del ragazzo». L’ingresso nell’adolescenza; la fine delle scuole elementari, dove poteva contare su un insegnante di sostegno che alle medie invece non c’era; la nascita proprio in quella fase di una sorellina che ora ha tre anni e mezzo, evidentemente hanno contribuito a creare una situazione di totale instabilità nel ragazzo, che non comunica attraverso le parole ma con gesti e soprattutto immagini.

La prima nuova casa del tredicenne, all’epoca, era a Como. «Una bella struttura – continua la mamma – dove il mio ragazzo alla fine si è trovato bene, ma distante più di duecento chilometri dal nostro paese. Siamo andati a trovarlo ogni fine settimana per più di tre anni, poi non ce l’abbiamo fatta più: era necessario che mio figlio si avvicinasse. Il fatto è – prosegue – che esistono molte strutture socio-assistenziali per adulti diversamente abili, ma pochissime per minori». E così, per affetto, per avere più vicino quel ragazzo difficile, da sempre assistito da un neuropsichiatra dell’Ausl di Reggio Emilia, le cui emozioni diventano incontrollabili, mamma e papà si sono messi in cerca di una nuova casa. «Bisognava trovarne una che facesse interventi educativi forti, indispensabili a mio figlio, che ha necessità di avere un operatore accanto ventiquattro ore su ventiquattro, anche di notte».

Il via libera è venuto da una struttura di Maranello, in provincia di Modena, La Grangia, gestita dalla cooperativa il Nazzareno.

«Il mio ragazzo è arrivato a Maranello il 7 marzo scorso. Dopo cinque giorni di permanenza, alle 22.30 di lunedì notte gli operatori mi hanno telefonato dicendo che erano stati costretti a portarlo al pronto soccorso dell’ospedale di Baggiovara perché dava in escandescenze, e mi è stato detto che non avrebbero più potuto tenerlo. Capisco il fatto di ricoverarlo, è successo anche a noi, ma perché non dirmi subito che non sarebbero stati in grado di gestirlo?»

La ricostruzione di quella notte terribile fatta dall’avvocato della cooperativa, Enrico Pisanu, in parte diverge. «Eravamo rimasti d’accordo – spiega il legale – che avremmo fatto un periodo di osservazione del ragazzo mentre era ancora assistito nella struttura di Como. Non so bene per quale ragione, perché è dipesa da Como, durante i primi giorni di marzo è scattata l’emergenza con la necessità di anticipare il trasferimento. Abbiamo accettato, per forza, ma senza avere una cognizione certa di ciò a cui andavamo incontro».

Il passaggio di carte, di documentazione sanitaria, i contatti ci sono stati tra Como e Maranello. Ma non è bastato.

«Quel che è accaduto – prosegue l’avvocato Enrico Pisanu – ci ha indotto a portare il ragazzo in ospedale per la sua sicurezza».

Tre operatori non sono riusciti a calmare il sedicenne, diventato anche particolarmente aggressivo. È stato fatto salire su un’ambulanza e portato al pronto soccorso. «La verità – conclude il legale – è che noi non siamo attrezzati per gestire casi così gravi».

Il ragazzo è rimasto un giorno a Baggiovara. «Poi abbiamo chiesto il trasferimento – racconta la mamma del sedicenne – nel reparto di diagnosi e cura del Santa Maria Nuova di Reggio».

Un altro ricovero d’urgenza in un reparto psichiatrico per il ragazzo malato, nell’arco di una settimana. «Da quel momento in poi è stata l’Ausl, vista l’emergenza, a muoversi per trovare una sistemazione alternativa a mio figlio».

Altre ventiquattro ore e la sistemazione è stata trovata in una struttura socio-assistenziale a pochi chilometri dalla casa della famiglia: a Campegine, dove il sedicenne è stato trasferito, un’ultima volta, mercoledì.

«Anche se al momento ci impediscono di vederlo per evitare shock emotivi – spiega la mamma del ragazzo – ci dicono che sta meglio, che comincia a tranquillizzarsi. Ogni giorno parliamo con gli operatori e portiamo a mio figlio ciò di cui ha bisogno».

«Quel che vorrei dire – conclude la donna – e che riguarda tutti i genitori con i figli con problemi di disabilità, è che non è accettabile che, in una regione come la nostra, non ci sia un numero di strutture socio-assistenziali sufficienti per i minori. Mancano servizi adeguati, e non credo sia giusto aspettare l’emergenza per risolvere le cose».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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