«Mio figlio come un pacco postale»
La protesta della madre di un sedicenne autistico trasferito quattro volte in dieci giorni da ospedali e centri per disabili
CADELBOSCO SOPRA. «È stato trattato come un pacco postale. E questo è inaccettabile». La mamma 38enne di un ragazzo di 16 anni, gravemente autistico, sballottato da un ospedale all’altro negli ultimi dieci giorni, racconta l’odissea di suo figlio e l’angoscia di una famiglia (il padre 40enne, operaio; lei impiegata) che risiede a Cadelbosco, impotente di fronte a burocrazia e carenza di strutture in grado di gestire situazioni così complesse su minori.
«Siamo riusciti a tenere a casa nostro figlio – racconta la donna – fino a quando ha compiuto 13 anni. Poi la situazione è diventata ancora più pesante, e siamo stati costretti a cercare una struttura in grado di garantire la sicurezza del ragazzo». L’ingresso nell’adolescenza; la fine delle scuole elementari, dove poteva contare su un insegnante di sostegno che alle medie invece non c’era; la nascita proprio in quella fase di una sorellina che ora ha tre anni e mezzo, evidentemente hanno contribuito a creare una situazione di totale instabilità nel ragazzo, che non comunica attraverso le parole ma con gesti e soprattutto immagini.
La prima nuova casa del tredicenne, all’epoca, era a Como. «Una bella struttura – continua la mamma – dove il mio ragazzo alla fine si è trovato bene, ma distante più di duecento chilometri dal nostro paese. Siamo andati a trovarlo ogni fine settimana per più di tre anni, poi non ce l’abbiamo fatta più: era necessario che mio figlio si avvicinasse. Il fatto è – prosegue – che esistono molte strutture socio-assistenziali per adulti diversamente abili, ma pochissime per minori». E così, per affetto, per avere più vicino quel ragazzo difficile, da sempre assistito da un neuropsichiatra dell’Ausl di Reggio Emilia, le cui emozioni diventano incontrollabili, mamma e papà si sono messi in cerca di una nuova casa. «Bisognava trovarne una che facesse interventi educativi forti, indispensabili a mio figlio, che ha necessità di avere un operatore accanto ventiquattro ore su ventiquattro, anche di notte».
Il via libera è venuto da una struttura di Maranello, in provincia di Modena, La Grangia, gestita dalla cooperativa il Nazzareno.
«Il mio ragazzo è arrivato a Maranello il 7 marzo scorso. Dopo cinque giorni di permanenza, alle 22.30 di lunedì notte gli operatori mi hanno telefonato dicendo che erano stati costretti a portarlo al pronto soccorso dell’ospedale di Baggiovara perché dava in escandescenze, e mi è stato detto che non avrebbero più potuto tenerlo. Capisco il fatto di ricoverarlo, è successo anche a noi, ma perché non dirmi subito che non sarebbero stati in grado di gestirlo?»
La ricostruzione di quella notte terribile fatta dall’avvocato della cooperativa, Enrico Pisanu, in parte diverge. «Eravamo rimasti d’accordo – spiega il legale – che avremmo fatto un periodo di osservazione del ragazzo mentre era ancora assistito nella struttura di Como. Non so bene per quale ragione, perché è dipesa da Como, durante i primi giorni di marzo è scattata l’emergenza con la necessità di anticipare il trasferimento. Abbiamo accettato, per forza, ma senza avere una cognizione certa di ciò a cui andavamo incontro».
Il passaggio di carte, di documentazione sanitaria, i contatti ci sono stati tra Como e Maranello. Ma non è bastato.
«Quel che è accaduto – prosegue l’avvocato Enrico Pisanu – ci ha indotto a portare il ragazzo in ospedale per la sua sicurezza».
Tre operatori non sono riusciti a calmare il sedicenne, diventato anche particolarmente aggressivo. È stato fatto salire su un’ambulanza e portato al pronto soccorso. «La verità – conclude il legale – è che noi non siamo attrezzati per gestire casi così gravi».
Il ragazzo è rimasto un giorno a Baggiovara. «Poi abbiamo chiesto il trasferimento – racconta la mamma del sedicenne – nel reparto di diagnosi e cura del Santa Maria Nuova di Reggio».
Un altro ricovero d’urgenza in un reparto psichiatrico per il ragazzo malato, nell’arco di una settimana. «Da quel momento in poi è stata l’Ausl, vista l’emergenza, a muoversi per trovare una sistemazione alternativa a mio figlio».
Altre ventiquattro ore e la sistemazione è stata trovata in una struttura socio-assistenziale a pochi chilometri dalla casa della famiglia: a Campegine, dove il sedicenne è stato trasferito, un’ultima volta, mercoledì.
«Anche se al momento ci impediscono di vederlo per evitare shock emotivi – spiega la mamma del ragazzo – ci dicono che sta meglio, che comincia a tranquillizzarsi. Ogni giorno parliamo con gli operatori e portiamo a mio figlio ciò di cui ha bisogno».
«Quel che vorrei dire – conclude la donna – e che riguarda tutti i genitori con i figli con problemi di disabilità, è che non è accettabile che, in una regione come la nostra, non ci sia un numero di strutture socio-assistenziali sufficienti per i minori. Mancano servizi adeguati, e non credo sia giusto aspettare l’emergenza per risolvere le cose».
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