Gazzetta di Reggio

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«Pronti a difendere il nostro modello finito sotto attacco»

DI MATTEO CARAMASCHI*
«Pronti a difendere il nostro modello finito sotto attacco»

Il presidente di Confcooperative Matteo Caramaschi «Non stiamo con i partiti, dialoghiamo con le istituzioni»

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Dopo il presidente Legacoop Emilia Ovest, Andrea Volta, anche il presidente Confcooperative interviene nel dibattito sul rapporto fra cooperazione e politica, all’indomani della sconfitta elettorale del centrosinistra alle elezioni del 4 marzo.

DI MATTEO CARAMASCHI*

A fronte del grande interesse che sta suscitando la domanda sul come e il dove si schieri la cooperazione (ma più precisamente le centrali cooperative) all’indomani del voto, con un rincorrersi di opinioni che solo in parte possono rispecchiare quelle sicuramente ben diversificate e ampie dei cooperatoti e delle cooperative, credo sia oggi doveroso concentrarsi su un altro quesito. Come si schierano, oggi, le forze politiche rispetto alla cooperazione? Non mi riferisco a una organizzazione piuttosto che all’altra, rilanciando domande attorno a vecchie forme di collateralismo che certo non hanno riguardato solo l’ambito cooperativo e che in modo diversificato si sono registrate un po’ in tutto il Paese; parlo, più ampiamente, proprio della cooperazione in quanto modello, quello che genera economia e legami di territorio, che sostiene una più equa distribuzione della ricchezza e che promuove partecipazione e responsabilità diffusa nei processi produttivi tanto quanto nel welfare.

Qualunque siano state (e su questo è ancora necessario interrogarsi e agire) le ragioni dei fallimenti di questi anni, per capire con chi “si schiera” la cooperazione credo occorra partire da qui, cioè dal come le forze politiche vedono la cooperazione e intendano investire (o disincentivare) su questa formula. A fronte di una ricchezza e di una proprietà dei mezzi di produzione che continua a concentrarsi su pochi e ad allontanarsi dai territori, escludendo fasce sempre più ampie di cittadini, piccoli imprenditori e lavoratori, quale futuro spazio viene assegnato alla cooperazione autentica che mira ad accrescere equità sociale, economia locale, partecipazione diffusa e welfare inclusivo? Tutto questo stemperando anche i conflitti sociali che in prospettiva rischiano esclusivamente di aumentare, schiacciando proprio i più deboli. Chi considera retorica la domanda è bene rifletta su ciò che sta accadendo proprio in termini di concentrazione della ricchezza, di minor influenza dei territori nei processi macroeconomici e, ancora, alle previsioni di aumento della fragilità del lavoro (seppure meno in Italia che altrove) legata alle innovazioni tecnologiche.

Quale sarà il futuro delle aree interne senza imprese partecipate dalle comunità? Quale sarà il futuro di tanti servizi senza il coinvolgimento degli utenti? Quale sistema di protezione sociale sarà attivabile senza il concorso congiunto del pubblico e di un privato responsabile di fronte a interessi collettivi? E quale sviluppo potrebbe avere un agroalimentare che rendesse marginale o ininfluente il ruolo dei produttori e la multifunzionalità dell’impresa agricola? La cooperazione certamente non è e non è mai stata un salvagente adatto ad ogni burrasca (e anche alcuni dei suoi fallimenti, pochi ma importanti, lo dimostrano), ma da quella che era considerata la “terza via” dello sviluppo tra capitalismo e collettivismo siamo passati alla progressiva cancellazione delle prerogative fiscali e lavoristiche legate al riconoscimento della sua funzione sociale (Costituzione, articolo 45), fino alla tassazione degli utili seppur indivisibili e messi a riserva. Più recentemente, un attacco costante al modello cooperativo che, pur in presenza di migliaia di altre pesantissime crisi, non ha riguardato nessun’altra forma di impresa.

In questo clima sono nati provvedimenti importanti relativamente, ad esempio, a tutela del prestito sociale e ai workers buyout, e di questo mantenimento di equilibrio e senso di responsabilità va dato merito al Governo e alla politica Ciò detto, ritorno alla domanda iniziale. Cosa rappresenta, oggi, la cooperazione per le forze politiche e quali sono (se ci sono), i programmi di ciascuna per rilanciare (o, ripeto, disincentivare) questo modello?

Chiarito questo aspetto, non sarà difficile capire con chi “si schieri” un’organizzazione come la nostra, che nell’autonomia e nell’assenza di pregiudizi trova due dei suoi valori fondativi. Confcooperative ha assicurato, nel tempo, funzioni di rappresentanza e progetti che non guardavano ai partiti o a diventare un partito.

Non è nostro compito fare i governi o dare fiducie. Noi guardiamo alle istituzioni e ai loro rappresentanti eletti, e con loro saremo ancora impegnati nel nostro mestiere: sostenere e tutelare gli interessi della cooperazione autentica e dei suoi soci con spirito propositivo se ci sarà possibile, di rivendicazione e di lotta se sarà necessario.

*Presidente Confcooperative

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