«Abbiamo bisogno di nuove leadership in tutti gli ambiti»
La relazione del presidente Enrico Giuliani all’assemblea «Il futuro si costruisce su cultura, digitalizzazione e giovani»
REGGIO EMILIA. “Giovani 5.0 - L’Italia che decide di restare”, era il titolo dell’assemblea annuale del Gruppo Giovani Imprenditori di Unindustria Reggio Emilia che si è svolta ieri pomeriggio nella Sala degli Specchi del Valli. Dopo il saluto di Mauro Severi, presidente di Unindustria, il presidente del Gruppo Giovani, Enrico Giuliani, ha tenuto la sua relazione nella quale è partito dalle emergenze che affliggono la società italiana attraverso una lettura dove l’economia si è intrecciata con la politica per arrivare a una conclusione perentoria: «L’Italia ha bisogno di nuove leadership in ogni ambito».
Coerentemente con il titolo dell’assemblea, i Giovani Imprenditori hanno scelto quest’anno di invitare alla propria assemblea ospiti under 40 che hanno saputo imboccare la strada del successo mettendo in campo il proprio talento e valorizzando il territorio. Successivamente il giornalista Oscar Giannino ha coordinato la tavola rotonda con Maria Rosa Antognazza, ricercatrice dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova; Stefano Guerrieri, designer e fondatore della startup reggiana Playwood; Giacomo Mannheimer, ricercatore dell’Istituto Bruno Leoni; Tommaso Solfrini, fondatore e managing director di Italdron; Alessandro Tommasi, public policy manager di Airbnb; Beatrice Venezi, tra i più giovani direttori d’orchestra in Italia. A concludere i lavori Alessio Rossi, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria. Breve il saluto di Mauro Severi il quale si è limitato a condividere i temi proposti dai Giovani Industriali. «Il messaggio politico che il vostro movimento lancia è inequivocabile: non solo è indispensabile seminare la cultura dell’innovazione per poter così raccogliere crescita, competitività e sviluppo, ma occorre anche ascoltare le ansie e le paure di una società in cerca di risposte».
Un messaggio politico, quello lanciato dai Giovani Industriali, assolutamente chiaro. Non nomina alcun leader politico, così come nessun partito viene esplicitamente citato. Ma la trasparenza dell’intervento di Enrico Giuliani è assoluta. Parte, Giuliani, dal ricordare le grandi emergenze che affliggono la nostra società: «La prima è costituita dalla crisi economico-finanziaria che, intrecciandosi con la rivoluzione digitale, lascia dietro di sè una profonda crisi che aggredisce il lavoro. La seconda è l’ondata migratoria senza precedenti che riguarda non solo l’Italia. La terza, infine, è la spossatezza del nostro Paese che ha fatto della resistenza attiva alle trasformazioni un vero e proprio stile di vita e di governo».
A tutto questo, Giuliani, cerca di guardare «non come un giovane imprenditore ma attraverso gli occhi di un lavoratore dell’Embraco di Riva di Chieri. Ciò che vede, come ciò che prova, non è certo bello... I suoi problemi sono solo suoi, la forza che si abbatte contro di lui non solo è oggettiva, ma anche sovrannazionale, la sua cittadinanza vacilla, così come i diritti che credeva acquisiti per sempre».
«Un popolo di dimenticati – riflette il presidente dei Giovani Industriali – al quale i nuovi leader promettono di “restituire” ciò che “gli altri” hanno confiscato, quanto l’Europa ha depredato, quello che la politica, la globalizzazione e gli immigrati hanno sottratto. Nasce così l’immagine post-ideologica di un popolo di “cittadini” il cui destino manifesto è reagire, prendere in mano il proprio destino per costruirsi da solo, senza mediazioni, il proprio futuro».
Quindi i riferimenti precisi: «In una prospettiva come questa mi sento il dovere di rompere la solidarietà generazionale con il più giovane leader politico della nostra storia, affermando che il futuro non si costruisce con un reddito di cittadinanza, ma innovando, non solo nell’industria, ma anche e soprattutto nella società». E ancora: «Nemmeno servono le velleità autarchiche o i mitici pugni “sbattuti” sui tavoli di Bruxelles, ma è indispensabile l’onestà intellettuale nel guardare alla nostra realtà». La soluzione? «È indispensabile fare uscire dalla clandestinità nella quale sono relegati i giovani 5.0... Gente che in parte è già al lavoro e che dà già prova di sè in un Paese che fatica a comprendere come il futuro si costruisca su cultura, digitalizzazione, giovani. Gente che rientra in Italia dopo aver praticato altrove quel rigore meritocratico da noi così poco diffuso». Perché «agli italiani non serve una grande illusione, ma una grande visione».
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