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L’ex direttrice: «I miei superiori sapevano»

L’ex direttrice: «I miei superiori sapevano»

Scandalo all’Unicredit di via Gattalupa, Maria Maniscalco alla sbarra per un solo capo d’imputazione

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REGGIO EMILIA. «Non ho mai fatto nulla che i miei superiori non sapessero. Avevano bisogno di un capro espiatorio. La prima truffata in questa storia sono io». È stata un fiume in piena Maria Carmela Maniscalco, l’ex direttrice della filiale Unicredit di via Gattalupa dove, dopo le sue dimissioni, nel 2009 era stato riscontrato un buco di circa 90 milioni di euro.

Erano cinque le imputazioni iniziali a carico dell’ex dirigente di banca ma, a distanza di nove anni dai fatti contestati, le accuse sono quasi tutte cadute: è stata prescritta l’appropriazione indebita, mentre i falsi (tra i quali falsità in scrittura privata) sono stati depenalizzati e non sono più considerati reato. È rimasto in piedi un solo capo d’imputazione: il furto relativo a movimentazioni non autorizzate, secondo l’accusa. Si tratta di 991 operazioni, effettuate sui conti correnti di un centinaio di clienti.

Ieri in tribunale, davanti al giudice Luca Ramponi, l’imputata ha testimoniato per ore: ha ripercorso la sua intera vita professionale, la genesi dello scandalo di via Gattalupa (compreso il caso dell’imprenditore Erminio “Nino” Spallanzani) parlando ininterrottamente dalle 13 alle 17 e difendendosi con le unghie.

Unicredit, che si è costituita parte civile tramite l’avvocato Luca Scaglione, ha incalzato l’ex direttrice con una raffica di domande. Il legale dell’istituto ha esibito documenti, moduli e firme; alcuni riconosciute dall’imputata, altri no. L’avvocato Scaglione ha insistito in particolare su un aspetto: «In questi documenti lei certificava una situazione patrimoniale non reale, non effettiva. Com’è possibile? Dove sono le prove che lei definisce tracciabili e nei database della banca? Accusa forse il suo superiore dell’epoca di aver dichiarato il falso?». Maniscalco ha negato, ma nel corso dell’audizione fiume ha lanciato stoccate a più non posso: ai vertici dell’Unicredit che all’improvviso avrebbero voluto la sua testa; al sistema bancario corrotto «che ci costringeva a vendere diamanti: e sapete cos’ha detto Report»; dalla sua coscienza tranquilla (tanto da partire per un pellegrinaggio subito dopo aver firmato le dimissioni) alle «anomalie che registrammo in filiale subito prima che mi cacciassero come un’appestata, dopo 35 anni di lavoro». Udienza rinviata al 25 maggio per sentire i testi della difesa.

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