«Sì, dopo 41 anni mi hanno detto basta Ma lavorerò ancora»
È tempo di pensione per il dottor Giovanni Fornaciari «I miei pazienti? Li ricordo tutti, dal primo all’ultimo»
REGGIO EMILIA. C’è un cartello, al terzo piano del Santa Maria Nuova, all’ingresso della Unità operativa di Medicina a indirizzo Gastroenterologico, che dal 6 aprile dovrà essere cambiato. Reca infatti la scritta: Direttore Giovanni Fornaciari, ma quello sarà l’ultimo giorno in cui lui presterà servizio nell’ospedale reggiano, un edificio che da lungo tempo è diventato come una seconda abitazione.
Allora è vero che va in pensione?
Fornaciari sorride, espressione che gli è naturale, consueta con i pazienti, poi ammette: «Sì, dopo 41 anni di servizio mi hanno detto basta, è ora di cambiare vita».
Nessuno però crede che smetterà di interessarsi di medicina, epatologia, gastroenterologia…
«Debbo ammetterlo, ho ancora una gran voglia di fare e penso che, seppur con un po’ di respiro, offrirò un aiuto, là dove posso essere utile negli ambulatori reggiani e modenesi, dove si curano molte di quelle persone che hanno subito trapianti o altre pesanti assistenze cliniche».
Ricorda quando entrò la prima volta in corsia? Chi sono stati i suoi maestri?
È un salto a ritroso nel tempo ma Fornaciari non pare aver dimenticato nulla. «Dopo la laurea conseguita nel 1975 a Modena – racconta infatti con piacere – ho lavorato con il professor Bonati nell’ospedale di quella città poi mi sono trasferito a Guastalla con il professor Bellodi e dal 1983 sono arrivato a Reggio quando il reparto era guidato dal professor Plancher. Dal ‘90 ho iniziato a seguire alcune branche specifiche, soprattutto i casi di trapianto di fegato. Il primo fu a Lovanio, in Belgio, poi seguì, in Italia, Torino ed ero al fianco di Sassatelli e Ottobrelli. Ora vengono praticati anche a Modena e Bologna e altre città. Non si può immaginare la mia soddisfazione nel sapere che oltre il 70% delle persone che hanno subito questo intervento sono tuttora viventi. Fra gli altri ho seguito da vicino anche il professor Giuliano Bedogni, maestro della medicina reggiana, che mi ha dato tanti preziosi suggerimenti».
Può spiegare cosa si fa nel vostro reparto?
«Ci occupiamo di gastroenterologia, malattie di infiammazione delle vie intestinali, del fegato. Sono migliaia i pazienti che hanno bisogno di cure specifiche. Ci occupiamo inoltre di terapie antivirali, per esempio l’epatite C, e riusciamo a garantire prestazioni ottimali al 96% dei nostri ospiti. Dai primi anni Novanta seguiamo malati con virus B e C con terapie efficaci, purtroppo molto costose. E abbiamo creato un gruppo di medici specialisti, molte le donne (una di queste è candidata alla sua successione ndr) attraverso i quali lavoriamo a stretto contatto con l’Università di Modena e Reggio. Si è creato un gruppo davvero splendido, molto collaborativo, di età media sui 30-35 anni che consente una gestione quasi famigliare. Con loro concordiamo il modo di gestire i pazienti, vale a dire con empatia, con umanità. La scienza e il continuo aggiornamento sono indispensabili, ma il contatto con la persona, ci ha insegnato Ippocrate, vale talvolta più di una medicina. All’inizio non c’erano ecografie, tac, risonanze, ora anche la tecnologia informatica ci aiuta molto nel lavoro».
Ricorda il primo paziente?
«Li ricordo tutti. Ma per il trapianto un parroco di Parma, don Nando Bonati, che ha ripreso in pieno la sua attività e ora addirittura va a sciare. Per le terapie antivirali una ragazza che era al terzo mese di gravidanza. Ora è madre di tre figli».
Tornando al passato perché ha scelto di diventare medico?
«È un “male” di famiglia! Mio padre era allergologo e lavorava all’Inam e quello di curare gli altri è un “vizio” che prosegue con mia moglie e mio figlio che conducono uno studio di dentisti».
C’è un altro aspetto di cui vogliamo parlare: la sua passione per lo sport. Personalmente la ricordiamo in una trasferta a Lille, per una finale di pallavolo con la squadra del Braglia, con un volo aereo traumatico per i salti e gli scossoni dovuti ai vuoti d’aria. Tanto che qualche atleta reggiana ne patì le conseguenze il giorno dopo, quando in finale, purtroppo, perdemmo con le russe. Quello dello sport è in effetti un altro mondo che Fornaciari segue da sempre. Per anni ha lavorato con i colleghi Camurri e Guidetti e nel 1971 è stato addirittura fondatore, con Albertini, della squadra reggiana di Baseball nella quale ha pure giocato ed ha accompagnato sino alla promozione in serie B. Per non dire della presenza come medico nel volley (Arbor e Galileo) dove è stato medico. Non a caso la moglie Isabella Bozzi giocava della Nelsen con la Visconti e la Bonfirraro. «Adesso però – annota con una punta di sarcasmo – mi dedico soltanto al tennis. Gli altri sport, come la pallacanestro (è sempre al pala per la Grissin Bon ndr) li seguo solo da spettatore».
Ricordiamo inoltre il suo ruolo di segretario dell’Anao, organizzazione dei medici, e l’attuale presidenza della Apro, associazione studio e cura malattie apparato digerente – progetti per la radioterapia. Dunque tantissime cose: come può sintetizzare il bilancio dei suoi primi 66 anni?
«Sono contento di ciò che ho fatto, non ho alcun rimpianto e sono a posto con la coscienza. Onestamente mi dispiace andare in pensione e resterei altri vent’anni. Ma vuol dire che continuerò a lavorare esternamente per la salute di chi soffre».
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