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Nuove piazze? Il rendering è servito

Stefano Scansani
Nuove piazze? Il rendering è servito

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani. Nella città dell’innovazione e del calatravismo il respiro dei progetti dev’essere nazionale

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REGGIO EMILIA. Quella sulle piazze è una polemica di piazza. Nel senso che larga parte dei giudizi corrosivi sui progetti comunali è il prodotto di ruggini antiche, preconcetti e retropensieri partitici. La controffensiva critica nei confronti dell’amministrazione era da mettere in conto: dalle elezioni amministrative ci separa solo un anno. Anche i fatti urbanistici – così visibili, così permanenti, così esibiti – sono segni indelebili di un’azione politica, e anche atti di propaganda.

Con tutti quegli alberelli, gli omarini, l’acqua che brilla, sgorga e spumeggia, i ciclisti incollati, la radiosa pavimentazione, io dei rendering mi fido pochissimo. Essi sono un cartoon, una realtà fantasticata. Cioè il contrario di ciò che è il primario ruolo dell’architettura. Una scultura te la godi girandoci intorno. In un’architettura devi viverci dentro.

Quindi un errore, una soluzione brutta possono diventare conviventi e condizionanti il giorno per giorno di una comunità, di una città. Aggiungo: in saecula saeculorum, perché con l’architettura urbana indietro non si torna. Il beneficio o il danno potrebbero essere permanenti. Mentre la sicurezza dei pedoni, la pedonalizzazione, il limite di velocità delle auto sono misure relative (non estetiche, non storiche, non indelebili).Allora, credo che sulla sistemazione di piazza Gioberti e di piazza Roversi il Comune debba fare un triplice esame di coscienza: il primo è sull’esperienza; il secondo è sulla maniera; il terzo è sul risultato.

L’ESPERIENZA
Dai, diciamocelo. Molti spazi urbani reggiani virano dall’imbarazzante all’irrisolto. Il prodotto scenografico e vivibile della ristrutturazione di Piazza della Vittoria può essere riassunto dalla battuta di un amico: pare di stare a Volgograd. Nella citazione della città russa si condensa tutto il portato storico reggiano dal quale ancora dei progettisti di quaggiù non sanno o non vogliono disancorarsi.

È una fissa. Eppure quella di piazza della Vittoria era una bella sfida: cucire le contraddizioni e le incomunicabilità fra l’ex isolato San Rocco, il teatro Ariosto, il monumento ai caduti, il parco pubblico e la propaggine del Teatro Valli. La piazza è una smisurata superficie nella quale la grigia pietra di Luserna neutralizza il neutralizzabile, e la griglia metallica fa da zerbino al teatro.

Il rettangolo è così frigido da non conoscere mai e poi mai un riempimento fornitogli da una manifestazione, da un affollamento. Ad esempio “Reggio in fiore” c’era ieri, e oggi finirà. È un vuoto incombente. Il Comune potrà inventare qualsiasi arredo urbano d’abbellimento e popolamento, dalle panche ai lampioni stilosi, alla vegetazione da vaso (zero radici, sotto ci sono i garage), ma la piazza così è già finita. L’amico che ha citato Volgograd esagera: a margine manca il mausoleo di Lenin. È solo una battuta, ma l’anticaglia ex ideologica, ex architettonica, ex urbanistica, serpeggia. Lo spirito antagonista di piazza della Vittoria vive in piazza Fontanesi, meno male. È come raffrontare una spianata da parata sovietizzata con la parigina place des Vosges. Dove vorreste vivere?

LA MANIERA
Molti commentatori accusano l’amministrazione di non coinvolgere i cittadini in certe scelte determinanti, epocali. Cioè: il rendering è servito. Quindi mancherebbe il dibattito, sarebbe assente il confronto. Non sono d’accordo: è come se certi dibattiti universali portassero a condivise soluzioni, popolari o collettive. Impossibile. Si sa come finiscono le assemblee...

Ciò che a Reggio manca davvero è la chiamata in causa degli intellettuali, degli specialisti, dell’Università, a più voci. Questa inabitudine non riguarda soltanto le scelte d’architettura o l’individuazione di un abito urbanistico, ma l’intera filiera della cultura fattiva. Immagino che il municipio sulla questione di piazza Roversi e piazza Gioberti abbia miratamente consultato e precisamente affidato. Perdendo un’occasione enorme di confronto largo e colto sulle solite domande: che città preferiamo? Come la trasformiamo? Le risposte si fanno carico di importanti responsabilità perché, come prima ho annotato, l’architettura pubblica è appunto un atto politico. Le risposte? Se ci fossero.

Poi non va trascurato il fatto che per provocare e sostenere un simile dibattito “alto” servono abitudine (al confronto) e protagonisti. Ma paradossalmente i protagonisti anche stavolta sono i rendering.

IL RISULTATO
Non mi riferisco all’esito della diffusione dei rendering che, sappiamo, ha scatenato ire, dileggi, critiche e una qualche approvazione. Miro al risultato dei cantieri ognuno dei quali, giustamente, prevede una tessitura diversa a seconda dell’esistente e della funzione della piazza. Due le operazione caratterizzanti: la traccia del corso d’acqua che trapela da una pavimentazione in piazza Roversi; l’obelisco estense che viene immerso in una vasca all’antica per dialogare con la prospettiva della Ghiara in piazza Gioberti.

Perplessità: l’aiuola diventa pietrificata, lo spartitraffico diventa acquatico, un’alberatura diventa subalterna al lastricato a più livelli, un monumento onorario si trasforma in fastigio d’una fontana. Sono dettagli, ma ognuno è un carattere distintivo. Sono i famosi “segni particolari” che corrispondono intensamente prima alla memoria della città e forse solo dopo, molto dopo, alla creatività compositiva d’un architetto.

Chiudo evidenziando lo smarrimento di un’opportunità: nella città dell’innovazione, del calatravismo e della rigenerazione urbana il respiro dei progetti deve essere nazionale (aggiungerei internazionale, ma mi pare retorico). Dovrebbe.

s.scansani@gazzettadireggio.it
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