Una strada ai soldati che dissero “no” ai fascisti e ai nazisti
La chiede Elisa Bonacini, figlia del militare reggiano Ernesto che scrisse un diario nel campo della morte di Mühlberg
REGGIO EMILIA. Fu imprigionato in un campo di concentramento nazista perché si rifiutò, dopo l’8 settembre 1943, assieme a tanti altri soldati italiani, di aderire alla Repubblica sociale o di combattere al fianco delle SS. La figlia, oggi, chiede che Reggio Emilia, la sua città, intitoli una strada o una piazza ai valorosi Internati militari Italiani (Imi) che morirono di fatica e di stenti nei lager. Questa è la storia di Ernesto Bonacini, soldato di Reggio Emilia, autore di un “diario di guerra e prigionia” che l’istituto di ricerca piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Istoreto) sta in questo periodo analizzando con l’obiettivo di farne una pubblicazione. Il diario è considerato una testimonianza importante per ricostruire quanto avvenne durante la seconda guerra mondiale nel Reserve–Lazaret di Zeithain in Germania.
Il distaccamento dello stalag IV B di Mühlberg era una sorta di “campo ospedaliero” per prigionieri gravemente ammalati o infortunati e perciò inabili al lavoro, meglio conosciuto “campo della morte”. Tra il 1943 e il 1945 vi morirono oltre 800 soldati italiani catturati dalla Wehrmacht dopo l’armistizio dell’8 settembre. Bonacini nato a Reggio Emilia nel 1923 e trasferitosi ad Aprilia, in provincia di Latina, per motivi di lavoro (dove è morto nel 1999) è sempre rimasto legato alla sua città d’origine. Alla sua memoria nel 2012 è stata conferita la medaglia d'onore Imi, onorificenza concessa dal governo ai cittadini italiani – civili e militari – che, dopo l'armistizio, furono ritenuti disertori, catturati e detenuti nei lager. Furono 616.000 i militari internati nei campi. Oltre 50.000 non sopravvissero e migliaia di loro morirono al rientro in Italia a causa delle malattie contratte durante la prigionia. Furono obbligati a svolgere lavori particolarmente pesanti e pericolosi, esposti al rischio dei frequenti bombardamenti, con turni massacranti che spesso superavano le 12 ore e una scarsissima alimentazione giornaliera.
Ernesto Bonacini, nelle pagine del suo diario, ha raccontato quel calvario, le fatiche patite, la fame, la paura, la morte. Il diario è stato trascritto dalla figlia Elisa presidente dall’associazione “Un ricordo per la pace” nell’ambito del progetto divulgativo “Memoria agli Imi”.
Ernesto iniziò a scrivere il diario alla partenza per la Grecia da Forlì nel marzo 1943. La scrittura continuò di nascosto nel lager dove il diario riuscì fortuitamente a salvarsi dalle frequenti ispezioni dei tedeschi. Ernesto lo conservò poi gelosamente nel comodino a fianco del letto per tutta la vita; solo dopo la morte si è potuto leggerne il contenuto. Era stato catturato dai tedeschi in Grecia. Il comunicato dell’armistizio di Badoglio gli pervenne via radio alle 20 dell’8 settembre, quando era ancora ricoverato nell’ospedale militare di Agrinion per una grave forma di malaria. Arrivò nel lazzaretto in Germania il 6 novembre 1943 e vi rimase fino al gennaio 1945, mesi durissimi nei quali soffrì di forti crisi febbrili, curate con medicinali sperimentali. Viste le condizioni critiche di salute non venne destinato subito a lavori forzati, ma lavorò un periodo nel laboratorio analisi del reparto malarici, addetto alla trascrizione dei dati. Nonostante le tribolazioni riuscì a ritornare a casa dopo la liberazione del campo avvenuta nell’aprile 1945: pesava 45 chili.
Elisa spiega perché, con la sua associazione, sta portando avanti la battaglia della memoria. «Gli Imi – afferma – a costo della loro vita, nonostante lo stato di prigionia, il lavoro coatto e le vessazioni dei nazisti, tennero fede al giuramento all’Italia. Il loro “no” al nazismo fu un contributo importante per il cammino verso i principi democratici della Repubblica Italiana».
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