Il mestiere di fare l’opposizione e la campagna di lotta e di governo
Il mestiere dell’opposizione. E la politica, come l’abbiamo conosciuta finora, che inverte i propri registri. È questo il dato politico che si cela dietro la decisione del sindaco, Luca Vecchi, di...
Il mestiere dell’opposizione. E la politica, come l’abbiamo conosciuta finora, che inverte i propri registri. È questo il dato politico che si cela dietro la decisione del sindaco, Luca Vecchi, di portare all’attenzione della magistratura il post su #viacassoliuno del capogruppo della Lega, segretario emiliano e neo-parlamentare, Gianluca Vinci. Una schermaglia politico-giudiziaria che sembra configurarsi come una prima (diretta?) conseguenza del voto del 4 marzo, quando i rapporti di forza fra Pd, centrodestra e M5s sono stati rivoluzionati. E che, da Roma a Reggio, s’insinua come tappa d’esordio della lunga campagna elettorale per le amministrative del 2019.
Quello di Vecchi, al netto della ritorsione di cui parla Vinci, vuole essere un gesto di sinistra, quasi quella celebre «cosa di sinistra» che il Nanni Moretti di Aprile pretendeva vent’anni fa da Massimo D’Alema. Ma, soprattutto, sembra un gesto d’opposizione, ruolo che il Pd – o quel che ne resta – si appresta ad assumere in Parlamento: un atteggiamento che gli amministratori locali dem – Vecchi compreso – dovranno necessariamente assumere nel corpo a corpo politico per provare a risalire la china e reintercettare i voti dispersi, rispolverando l’antica formula di una condotta che li esorta a diventare di lotta e di governo. Nel gioco delle parti, d’altronde, il capovolgimento è già in atto. Flax Tax e reddito di cittadinanza, come prevedibile, sono scomparsi dai radar del dibattito.
Così come dalla retorica politica è scomparsa la parola “inciucio”, cavallo di battaglia di quell’intransigenza M5s immolata sull’altare degli accordi parlamentari con Lega e centrodestra e finita in soffitta con le sue propagazioni lessicali su quello che era definito il sistema Renzusconi, soppiantato dall’inedito e dilagante hashtag #Salvimaio. Lo stesso Vinci, dopo il post che ha scatenato la bufera, ne ha pubblicato a stretto giro un altro in cui sottolinea che in Parlamento siede accanto «all’amico Toni Iwobi» e ricorda che nel 2014, da candidato sindaco, presentò in lista il leghista rwandese, Muhineza Fidele, per il ruolo di assessore, sdoganando la parola “integrazione” in quel vocabolario leghista nato sull’onda del celodurismo padano e proseguito su facili slogan da “prima gli italiani”. Strategie e piroette alimentate dall’attuale vento in poppa, il cui abuso tuttavia rischia di fiaccare l’elettorato, che ha chiesto un cambio di rotta e si ritrova invece davanti ai soliti schemi spartitori di potere e posti al sole. È la politica, bellezza. Ed è ciò che ha disintegrato il Pd davanti al suo storico elettorato, parcellizzando un partito sempre più in agonia, che appare con le ore contate e si trova senza riferimenti. Né nazionali, né locali. Sotto questo aspetto, la denuncia di Vecchi assume l’aspetto di un tentativo estremo e primigenio di dare una identità e una direzione nuove almeno al suo mandato, non rinunciando al suo contenuto ma cambiando i toni del messaggio con la speranza di estendere la platea dei destinatari.
Le scadenze, d’altronde, sono alle porte. E le difficoltà non mancano, anche trascurando gli scenari di una possibile ricandidatura (argomento nient’affatto prematuro). Nessuno infatti sembra avere certezze in tasca. A maggior ragione in casa Pd, dove ognuno naviga a vista. A Roma come a Reggio. In fondo lo diceva anche Seneca: «Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare».
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