Gazzetta di Reggio

Reggio

«Inutile vaneggiare sulla critica di render come capri espiatori»

di SARA CODARIN
«Inutile vaneggiare sulla critica di render come capri espiatori»

Dottoranda in architettura commenta i progetti delle piazze «Chi critica, si è battuto per trasformare rotonde di asfalto?»

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Buongiorno, in riferimento agli assidui articoli pubblicati di recente sulla vostra testata circa la progettazione delle piazze Gioberti e Roversi, mi permetto di esprimere una riflessione articolata per punti.

IL RENDER. Talvolta ho l’impressione che il render venga usato come capro espiatorio, come rappresentazione virtuale fasulla e non veritiera. Tuttavia a oggi esso costituisce una fase – non più trascurabile – del processo progettuale, in quanto mezzo di comunicazione inclusivo per i così definiti “non addetti ai lavori” ovvero coloro che non hanno abilità nell’interpretare i disegni tecnici, che sono il linguaggio proprio dell’architetto.

L’ESPERIENZA. A giudicare dal curriculum/portfolio degli studi che si sono occupati della progettazione delle due piazze, mi sembra che si tratti di professionisti che hanno alle spalle un’esperienza costruttiva e che quindi hanno la maturità necessaria per raggiungere l’obiettivo progettuale prefigurato senza distorsioni o noncuranze tecniche. Inoltre: se ritenete che gli architetti locali non siano stati in grado di interpretare le esigenze cittadine, siamo davvero sicuri che l’apertura alla concorsualità internazionale sia l’effettiva risposta a questa presunta “opportunità progettuale smarrita”?

LA CITTÀ. Per quanto io non sia nativa reggiana, ma soltanto un’ospite che in pochi anni se ne è innamorata, mi chiedo come sia possibile che i cittadini/i giornalisti utilizzino sempre e solo piazza Fontanesi come esempio di realizzazione virtuosa. Lo sapete anche voi che sotto piazza della Vittoria c’è un parcheggio interrato e lo sapete anche voi che occludere la prospettiva verso la chiesa del Cristo con un muro di alberi sarebbe una sciocchezza. Non serve una laurea in architettura per dedurre questi limiti progettuali.

L’AMMINISTRAZIONE. Reggio Emilia è un caso studio universitario (dato che vi leggo inneggiare alla “chiamata degli intellettuali”) in quanto realtà che dà notevole spazio all’innovazione progettuale (senza accontentarsi dell’atteggiamento tipico italiano di affidarsi fermamente al linguaggio delle “case geometrili”, citando Celati) nonché alle strategie di rigenerazione architettonica e urbana, le quali hanno alla base anche una forte componente sperimentale (vedi il caso del quartiere Compagnoni Fenulli). Perché voler frenare un processo attivo che vi permette di discutere effettivamente su progetti realizzati e non vaneggiare sulla critica di render che mai diverranno spazi di vita?

IL DIBATTITO. Al fine di evitare la dissipazione di energia durante il già complicato iter di progetto, i commercianti e i cittadini direttamente interessati alla realizzazione delle due piazze sono stati coinvolti fin dal principio nel processo progettuale. Mi sembra pertanto che non sia un caso che essi non si stiano unendo al coro di critiche che ha seguito la presentazione pubblica degli interventi previsti.

Ma la domanda che mi assilla è: coloro che stanno affilando i coltelli contro le realizzazioni Gioberti/Roversi fino ad ora si sono battuti per il rinverdimento delle piazze di Reggio Emilia?

Hanno portato avanti delle battaglie per la trasformazione di rotonde d’asfalto in polmoni verdi cittadini? Hanno fatto sentire in questi anni (ovvero prima della presentazione dei progetti) la loro voce in modo tale che essa stessa potesse divenire un limite o un'invariante progettuale?

Correggetemi se ho espresso delle osservazioni inaccurate, ma a tratti ho la sconfortata impressione che in questo contesto non sussistano premesse solide per un dialogo costruttivo.

dottoranda presso

il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara

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