Gazzetta di Reggio

Reggio

la tesi degli imputati 

«Supervigilati, ma quali manovre»

Bolognino: «Per 23 ore solo». Muto: «Non conosco Grande Aracri»

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REGGIO EMILIA. Se eravamo in carcere duro al 41-bis e supersorvegliati, come potevamo commettere gli illeciti degli ultimi tre anni? È la tesi tornata, come un refrain, nell’esame degli imputati dell’abbreviato ieri ad Aemilia.

A partire da Michele Bolognino (interrogato dall’avvocato Vito Salvatore Villani su delega del difensore Carmen Pisanello), che prima ha dichiarato che nessuno dei suoi accusatori (i pentiti, «che affermano di conoscermi bene») sapeva che dal 2013 era assunto e lavorava a Roma, per una società che installa satellitari sui camion. «Sono stato detenuto prima a Velletri, poi a Rebibbia, in un’area riservata insieme ad un ergastolano: per 23 ore al giorno non vedevo nessuno, ho subìto 5 perquisizioni al giorno, avevo le telecamere sul letto, in bagno e in doccia (poi tolte)».

Luigi Muto, indicato dai pentiti (Valerio è suo cugino) come uno dei quattro reggenti della cosca, su domanda dell’avvocato Villani ha dichiarato: «Non avevo contatti con gli altri imputati già prima dell’arresto. Il boss Grande Aracri? L’ho visto solo una volta, in quanto padre della sposa, al matrimonio della figlia con il mio amico d’infanzia Giovanni Abramo». A Muto hanno contestato che, dopo l’auto incendiata, per il carro attrezzi chiamarono Pasquale Brescia. «Corradini mi chiese 600 euro, mio fratello chiamò suo cognato, che ci fece 100 euro».

Gaetano Blasco (avvocato Marilena Facente), in cella prima in Germania, poi a Bologna e Tolmezzo, ha fatto eco: «A Bologna ero in un’altra sezione, non ho mai visto Giuseppe Giglio. Ma quali pranzi e cene? Siamo tutti osservati, vigilati e registrati. Ci mettiamo a fare manovre?».

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