Addio a Cataliotti Il principe del foro si è spento a 83 anni
L’avvocato Carmelo è morto ieri nella sua abitazione Il ricordo di Mazza: «Un attaccamento viscerale alla toga»
REGGIO EMILIA. I suoi occhi si sono chiusi per sempre ieri mattina. Dopo giorni di sofferenza alleviati dall’abbraccio forte e affranto di chi proprio non voleva saperne di lasciarlo andare. L’avvocato Carmelo Cataliotti, principe e decano del foro reggiano, aveva 83 anni, ed è morto nella sua abitazione di via Manenti circondato dall’amore sconfinato della moglie Silvia e dei figli Liborio, Annalisa e Cristina. Che non si sono allontanati un solo momento da quel grande uomo, padre, marito, avvocato, che questa volta niente ha potuto contro condizioni di salute sempre più compromesse.
A ricordarlo con immenso affetto è il collega e quasi coetaneo Franco Mazza, presidente dell’ordine degli avvocati. «Ci siamo conosciuti 54 anni fa – ricorda Mazza – e abbiamo praticamente iniziato insieme. Da molti punti di vista eravamo diversi: Carmelo era più istintivo di me, aveva un senso della professione enorme, forse tutto questo gli derivava anche dal suo essere siciliano doc, era infatti nato a Capo d’Orlando. Comunque siano i motivi, aveva un attaccamento totale alla toga, la toga per lui era tutto, e non l’avrebbe mai tradita. I suoi studi brillanti si erano tradotti in una concezione della professione di una dignità altissima. Non ammetteva compromessi, così come non accettava transizioni. L’onestà, per lui, era sempre al primo posto così come il senso di responsabilità e di appartenenza. La professione, per lui, era anche sacrifico. Un giorno mi disse: “La nostra, è a volte una professione dolorosa”. Perché pensava all’avvocato come a una sorta di sacerdote e vedeva, davanti a sè, un compito ben preciso e ineludibile».
Ma chi pensa oggi a Carmelo Cataliotti, fuori e dentro al tribunale, ha davanti l’immagine di un uomo battagliero e brillante, un leone sempre pronto a ruggire. Protagonista di alcuni dei processi più importanti degli ultimi decenni, sarà difficile dimenticare le sue arringhe sanguigne e mai banali, capaci di scaldare gli animi, accendere entusiasmi e perché no dividere la platea. Solo l’indifferenza, dopo una sua arringa, sarebbe stata impossibile da provare.
A proposito dell’oratoria brillante di Carmelo Cataliotti, Franco Mazza ha un ricordo piuttosto recente: «Un anno fa – racconta – in occasione della celebrazione delle toghe d’oro, anche se Cataliotti toga d’oro lo era già da tempo, ben presto divenne lui il protagonista assoluto della giornata. Rubò il palco a tutti gli altri e diede prova di essere il Carmelo di sempre. Inarrivabile».
Cataliotti, si diceva, aveva un attaccamento viscerale per la toga. Ma c’era anche altro che Carmelo rispettava in modo sacrale: la famiglia. «Aveva un’adorazione – è ancora Mazza a ricordare – innanzitutto per la moglie e poi per i figli con i quali non solo condivideva lo studio legale ma anche una concezione della famiglia indivisibile. Poi erano arrivati i nipoti e la famiglia si era allargata così come il suo desiderio di raccogliere tutti sotto uno stesso tetto e in un unico fortissimo abbraccio. Lo stesso che, ieri mattina, lo ha accompagnato fino all’ultimo istante.
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