Umanità e autoironia l’eredità di Cataliotti fuori e dentro l’aula
Il suo cuore, stanco, batteva forte per le passioni di sempre dall’Inter alla politica. E l’adorata famiglia al primo posto. La camera ardente sarà allestita lunedì, giorno di Pasquetta; i funerali sono fissati per martedì pomeriggio
REGGIO EMILIA. Sipario. Definitivo. Con Carmelo Cataliotti se ne va per sempre una generazione di avvocati che non ha fatto scuola, semplicemente perché l’umanità non si insegna. Così come non si insegna l’autoironia, merce così rara oggi tra i polli di facoltà, così impettiti nelle loro toghe nuove di pacca e vuote come un uovo a Pasqua. Carmelo Cataliotti era invece pieno di umanità e di autoironia, ed erano questi – più che le notizie di cui noi cronisti andavamo a caccia in tribunale – i “doni” che lui elargiva un po’ a tutti, nelle aule di tribunale, nelle pause di una udienza. Ecco, un ricordo che oggi mi sovviene è quello di una sostanziale differenza tra lui e i suoi più giovani e frenetici colleghi.
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Quando il tribunale usciva dall’aula per una pausa dell’udienza, tanti suoi colleghi scappavano come al suono di una campanella a scuola. Lui no. Lui restava a chiacchierare con chi restava. E gli argomenti non mancavano mai.
Il processo in corso, certo: fu in una di quelle pause che Carmelo divenne famoso nel resto d’Italia, quando assieme al figlio Liborio era il difensore di Wanna Marchi. Parlando con un collega, si lasciò sfuggire un pronostico di quel processo. Pronostico azzeccato e nefasto per i suoi clienti. “Qui prendiamo una legnata...” disse più o meno nel “fuori onda” poi rilanciato da Striscia La Notizia. Nessun colpo di fortuna, intendiamoci. Ma anni e anni di esperienza nel processo penale, di cui Cataliotti era uno degli interpreti più brillanti.
Un maestro, di quelli che sanno insegnare soltanto facendo, come il suo amico-rivale Romano Corsi che ora, in cielo o chissà dove, lo accoglie con quel sorriso canzonatorio che tanto lo faceva indispettire. Forse mi sbaglio, forse era stata soltanto una mia sensazione, ma negli ultimi miei anni da cronista di tribunale, avevo notato un particolare: i due, Carmelo e Romano che prima si chiamavano così soltanto in privato, ora lo facevano anche in pubblico, convinti com’erano che tutti sapessero chi erano quei due avvocati, e soprattutto senza più nascondere la stima e l’affetto che li legava.
Invero, con il figlio Liborio, quella fu forse una delle ultime cause discusse insieme. E nulla mi toglie dalla testa che alla base vi sia stata la maturazione (tardiva) di un padre che per il suo primogenito (e per i suoi figli tutti) avrebbe fatto qualunque cosa. Anche quella di lasciarlo andare per la sua strada. Cosa che non fece quando l’avvocato Liborio era ancora un progetto sconosciuto al mondo intero, mentre il giovane Liborio-promessa-del-calcio era sotto gli occhi di tutti.
Il rampollo di casa Cataliotti era famoso in città e sui campi della provincia. I suoi capelli biondi a caschetto disegnavano serpentine imprendibili sui campi di calcio, il tutto sotto gli occhi di papà Carmelo. Gli occhi e le urla. Per Liborio e contro tutti quelli che si mettessero tra Liborio e il gol.
L’ultima volta che lo intervistai fu proprio per ricordare quell’aspetto di Carmelo: il papà tifoso, prototipo di quelli che oggi – ancora oggi, più di ieri – condizionano negativamente la vita sportiva dei figli e questo per colpa delle frustrazioni che i padri trasferiscono sui figli. Il Carmelo papà, è sempre stato un po’ così, per sua stessa ammissione. E con Liborio, con la possibile carriera calcistica di Liborio, ad amnistiare un padre troppo invadente, intervennero le ginocchia di cristallo del figlio. Furono quelle, più che le invettive di Carmelo contro questo o quell’allenatore, questo o quell’arbitro, a decidere per la toga anziché per una qualche maglia numero dieci.
“Deve sapere – mi disse nella nostra ultima intervista – che io ho un nipotino che gioca a calcio. Nella Reggiana, come Liborio. Mi dicono che è bravissimo. Bene. Ci crede se le dico che non l’ho mai visto giocare? Proprio perché mi conosco e oggi il cuore non mi permette più di farmi salire la pressione”.
Ecco un altro protagonista di questa storia: il cuore. Stanco da anni, ma capace di battere forte per le passioni di quest’uomo. L’Inter innanzi tutto. Eppoi la politica. Passione più tardiva quest’ultima, nata con l’avvento di Berlusconi, del quale però sapeva individuare pregi e difetti con grande lucidità, al punto da vivere anche questa stagione con il necessario distacco, lasciando anche in quella occasione, il palcoscenico al figlio.
Anche in questo caso, come in tante altre situazioni, a suggerire a Carmelo una exit strategy era la sua arma in più, l’autoironia: “La rovina dell'Italia? Comunesta e taroun” diceva prendendo in prestito e maltrattando il nostro dialetto, lui che dopo una vita passata a Reggio Emilia non era ancora riuscito a scrollarsi di dosso l’accento siciliano.
Lo stesso accento che gli servì, quando – assieme ad altri reggiani più reggiani di lui – si presentò a Catanzaro per sostenere l’esame di abilitazione da avvocato. Il presidente della commissione – il ricordo mi deriva da una delle chiacchierate nelle pause d’udienza – si era lanciato in una pesante invettiva contro il malcostume di chi arrivava dal Nord Italia in cerca di un esame più agevole. Ma Carmelo con l’accento alla Michael Corleone aveva disinnescato il tutto.
Umanità e autoironia. La percepivo sempre quando mi presentavo nel suo studio per discutere di qualche causa. E la percepivo fin dall’ingresso dove mi accoglieva la Dunia, la signora Dunia. Molto di più di una segretaria: a volte avevo proprio l’impressione che fosse lei il vero motore dell’ufficio e che Carmelo potesse semplicemente accontentarsi di essere se stesso. Con la toga o il doppiopetto, con la famiglia al primo posto delle sue priorità. E il tribunale come un palcoscenico dove l’umanità che lui amava tanto, ogni mattina recitava a soggetto. Buon viaggio Avvocato.
L'ADDIO. La camera ardente sarà allestita lunedì 2 aprile, giorno di Pasquetta, nella sala del commiato nella sede delle onoranze funebri Reverberi, in via Terezin. I funerali sono invece fissati per martedì 3 aprile: il corteo si muoverà alle 13.45 da via Terezin per raggiungere alle 14 la chiesa di San Pellegrino dove sarà celebrata la cerimonia religiosa. Il feretro sarà tumulato al cimitero di Pieve Modolena.
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