Un premio alla dottoranda Giulia Cavaliere
Una borsa di studio da 15mila dollari per le sue ricerche di bioetica sulle nuove tecnologie riproduttive
REGGIO EMILIA . La ventottenne reggiana Giulia Cavaliere, dottoranda nella prestigiosa università londinese King’s College, si è guadagnata con le sue ricerche di bioetica concernenti le nuove tecnologie riproduttive una delle borse di studio da 15mila dollari conferite ogni anno a giovani ricercatori dai vincitori del premio da un milione di dollari istituito dalla fondazione Dan David e dall’università di Tel Aviv.
È una bella soddisfazione per questa ragazza, che potrà così continuare a impiegare all’estero nella maniera più gratificante e produttiva il suo cervello, uno dei tanti in fuga da un paese, l’Italia, capace di dare una formazione liceale e universitaria eccellente, ma non di offrire ai migliori uno sbocco adeguato nella carriera accademica o nelle grandi aziende. Giulia Cavaliere ha conseguito la laurea triennale in filosofia all’università di Bologna, quella specialistica in filosofia morale a Trento e il master di secondo livello Erasmus Mundus a Lovanio, in Belgio. Attualmente è impegnata nel terzo anno del dottorato presso il dipartimento di Salute pubblica e medicina sociale del King’s College.
«Fino a dicembre – riferisce – potrò proseguire il mio percorso grazie a una borsa di ricerca. Poi il premio Dan David mi servirà per sviluppare un nuovo progetto in Inghilterra, in questa o in un’altra università. In questo Paese c’è molta competitività, ma ho trovato ottime condizioni per fare della ricerca.
Lavoro insieme alle mie due relatrici, fra cui l’italiana Silvia Camporesi di Forlì. Gli altri ricercatori con cui mi confronto, eticisti, filosofi e giuristi, sono tutti inglesi. Mi consulto, inoltre, con gli scienziati di Newcastle che si occupano delle nuove tecnologie riproduttive».
Rientrare in Italia è il desiderio di tutti i cervelli in fuga. E anche Giulia Cavaliere non fa eccezione: «Mi piacerebbe – dice – ritornare a Trento, dove mi sono formata con Carlo Casonato, docente di diritto costituzionale e biodiritto e membro del comitato di bioetica. È più facile, però, inserirsi nel mondo accademico inglese. Per ora ho intenzione di rimanere in Inghilterra, dove lavora anche il mio compagno, di nazionalità tedesca».
La sua attrazione per il Regno Unito dipende anche dal fatto che offre la possibilità di indagare le frontiere estreme della procreazione assistita, che in Italia e nella maggior parte degli altri Paesi non sono ancora oggetto neppure di sperimentazione. La ricerca finora condotta dalla giovane reggiana ha riguardato le tecnologie di cui si possono avvalere coppie con problemi di infertilità o malattie genetiche su due distinti versanti.
La prima metodica, nota come riproduzione con tre genitori, è legale soltanto in Gran Bretagna, ma viene praticata anche negli Stati Uniti. Consiste nel trasferire il dna mitocondriale di una donatrice nell’ovulo della madre. Così non viene alterato il dna racchiuso nel nucleo della cellula, che trasmette l’identità genetica della genitrice, ma vengono eliminate soltanto le mutazioni del mitocondrio che sono all’origine di malformazioni.
La seconda procedura, ancora in una fase preliminare, punta decisamente alla modifica del patrimonio genetico e alla formazione di un embrione umano geneticamente modificato.
«Benchè la tecnica – precisa Giulia Cavaliere – sia molto diversa da quella usata per gli ogm vegetali, si può capire perché molti paesi abbiano proposto di metterla al bando. Il timore è che venga usata per fare nascere bambini programmati con i tratti somatici desiderati dai genitori. La mia opinione è che vi si possa ricorrere solo per prevenire le malattie genetiche».
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