«Abbiamo sempre lavorato In cella faccio il barbiere»
Pino e Palmo Vertinelli, accusati di essere la cassaforte della cosca, si difendono «Non facciamo parte di alcuna associazione: mai conosciuto Grande Aracri»
REGGIO EMILIA. «Noi siamo dei lavoratori. Anche ora faccio il parrucchiere in carcere. Prendo 50 euro al mese. Faccio i capelli a tutti». Pino Vertinelli parla della sua vita dietro le sbarre del carcere di Reggio per descrivere la parabola sua e del fratello Palmo, accusati di essere la cassaforte della cosca Grande Aracri, per la quale avrebbero reinvestito i proventi illeciti al nord. Accusa pesantissima e cardine del processo Aemilia, perché i Vertinelli, insieme al coimputato - ora pentito - Pino Giglio, rappresentano l’architrave economica del sistema criminale indagato dalla Dda di Bologna. Dichiarazioni spontanee quelle rese ieri mattina da Pino: «Io solo di lavoro so parlare» dice l’imputato, giunto 40 anni fa da Crotone e residente a Montecchio, dove ha insediato le imprese di costruzioni insieme all’inseparabile fratello: «Prendevo 18mila lire al giorno quando sono arrivato qui - spiega al collegio dei giudici - Siamo venuti a Montecchio perché c’era già mia sorella». Poi l’epopea, a dire dei due imputati, specchiata e di stampo prettamente imprenditoriale: «Non faccio parte di nessuna associazione - dice Vertinelli - Abbiamo sempre lavorato a Parma e con i migliori fornitori».
Per l’accusa invece l’associazione mafiosa sarebbe stata in piena attività fino a pochi mesi fa. I fratelli Vertinelli si dipingono operai divenuti impresari, cresciuti lavorando «al 100% con privati - dice Pino Vertinelli - Nel pubblico facevamo solo qualche garetta». Poi l’interdittiva antimafia della prefettura, alla quale Pino dice di aver scritto «quattro raccomandate al prefetto per sapere cosa fare, ma non mi hanno mai risposto. Ho anche chiesto aiuto al sindaco, ma lui mi ha risposto che dovevo spingere con gli avvocati». Tutto «per salvare le aziende: la questione era pulita. Se era sporca non si faceva tutto questo casino». Poi difende il figlio Antonio, che ritirava gli affitti da alcuni immobili sequestrati del complesso immobiliare di strada Calerno: «Mio figlio non sapeva che non doveva prenderli, nessuno lo ha avvertito, lo ha fatto per prendere una bottiglia di latte ai suoi figli». E sul boss Nicolino Grande Aracri: «Non l'ho mai visto né ci ho parlato».
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