Addio a Carmelo Cataliotti «Ironico principe del foro»
La chiesa di San Pellegrino colma di legali, giudici, ex clienti come Wanna Marchi I ricordi commossi della moglie Silvia e dei figli Cristina, Annalisa e Liborio
REGGIO EMILIA. C’era tutta la Reggio Emilia che conta – ma anche clienti eccellenti, come Wanna Marchi, il compagno e la figlia Stefania Nobile oppure come i coniugi Motti, Tiziano e Stefania (assente invece l’amico Paolo Berlusconi, fratello di Silvio) – ieri al funerale di Carmelo Cataliotti, l’avvocato scomparso a 83 anni venerdì scorso nella sua abitazione. La chiesa di San Pellegrino non è riuscita a contenere tutte le persone venute a rendere omaggio ad uno degli ultimi principi del Foro, figura di una generazione in toga che sta scomparendo.
La cerimonia è stata celebrata da don Giuseppe Dossetti, il sacerdote in prima fila nella lotta alla droga e non solo. Accanto alla bara, coperta da rose bianche, era stipata l’intera Camera Penale: tra gli altri gli avvocati Fornaciari, Diana, Di Frenna, Sarzi Amadè, Benso Tirelli, Russo, D’Andrea, Rocchetti, Terzi, Mariani Cerati, Della Capanna, l’attuale presidente dell’Ordine degli avvocati, Franco Mazza e l’ex presidente Eugenio Chierici. Ma anche il giudice Giovanni Ghini e consorte, l’ex presidente della Provincia, Sonia Masini, l’ex sindaco di Ligonchio, Giorgio Pregreffi, dipendenti del Comune di Reggio, rappresentanti del Lions Club Canossa Val d’Enza (Cataliotti fu uno dei soci fondatori, accanto al feretro campeggiava il gonfalone) e ancora tanti altri reggiani (avvocatesse amiche delle figlie e giovani compagni dei nipoti) rimasti fuori, sul sagrato.
È stata una cerimonia composta e sentita, con tanti abbracci alla moglie Silvia e ai figli Cristina, Annalisa e Liborio, apparsi commossi. Al termine del rito si è dato libero spazio ai ricordi. Per prima, la figlia Cristina ha ripercorso gli ultimi giorni di vita del padre, sottolineando che solo la forza della moglie Silvia ha reso possibile che il legale terminasse la sua vita nel calore degli affetti, senza andare in ospedale. «Un malato terminale può scrivere una poesia, anche se a quattro mani – ha detto Cristina –. I parenti sono consci che non potranno mai salvarlo, né restituirgli quello che ha dato loro». Carmelo voleva «farsi bello per i nipoti, alzandosi e pettinandosi pur essendo uno sforzo»; voleva sempre accanto «la mano della moglie, giorno e notte»; vedendo un figlio piangere, lo consolava «ce la farò, ce la farò». E aveva ancora il suo umorismo peculiare capace di battute, ad esempio all’indirizzo del medico: «Mi faccia un certificato che giustifichi la mia assenza temporanea dall’aula».
È cresciuto nello studio Cataliotti l’avvocato Costantino Diana, che ha ricordato se stesso 15 anni fa alle prime armi e i consigli di Carmelo: «Per essere un grande avvocato devi essere avvocato sempre, tutto il giorno».
Il collega Giuseppe Silipo l’ha chiamato «don Carmelo», sottolineando la sua sicilianità e il suo attaccamento alla famiglia, come quando seguiva negli anni ’70 il figlio Liborio, giovane promessa della Reggiana: «Era a servizio dell’intelligenza. In aula combatteva come un leone: questo fa la differenza tra l’avvocato e il principe del foro».
Infine l’avvocato Lalla Gherpelli lo ha ricordato nelle lunghe udienze anni Ottanta, quando con la toga mostrava «il suo fiore all’occhiello: l’intuizione». Gherpelli ha accomiatato i presenti con un brano di Sant’Agostino dal titolo «Se mi ami, non piangere».
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