«Pagavo gli operai in nero ma non ci guadagnavo»
REGGIO EMILIA. Michele Bolognino è considerato un pezzo da novanta nella piramide del potere mafioso che gravita in Emilia sotto l’egida del boss cutrese Nicolino Grande Aracri. «Per inciso non lo...
REGGIO EMILIA. Michele Bolognino è considerato un pezzo da novanta nella piramide del potere mafioso che gravita in Emilia sotto l’egida del boss cutrese Nicolino Grande Aracri. «Per inciso non lo conosco nemmeno io questo Grande Aracri Nicolino» è invece la sottolineatura fatta ieri dall’imputato che si considera anch’egli un imprenditore con precedenti penali accertati ma una vita poi filata via liscia nel campo delle costruzioni e della ristorazione. Ma Bolognino è anche uno dei record man per quanto riguarda i capi di imputazione che lo coinvolgono. È indicato come il referente della cosca nel parmense, ma si è difeso ieri da tutti i reati «satellite» che gli vengono ascritti: «Dicono che ero il capo, ma alla fine facevo sempre io i lavoretti nei locali» taglia corto. Dalle estorsioni al reimpiego fino ai casi dei lavoratori forniti alla Bianchini Costruzioni di San Felice, ditta nella quale si sarebbe infiltrato - e il cui patron Augusto Bianchini è a sua volta imputato al processo - facendo oltretutto la cresta sugli stipendi degli operai. «È vero, pagavo anche in nero - dice Bolognino - ma dai 23 euro l’ora che prendevo da Bianchini dovevo poi togliere via un sacco di tasse, Inps, Inail e altro. A me non rimaneva praticamente niente in mano». (e.l.t.)
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