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Aemilia, la deposizione: "Sono un venduto. Ho dato voti a tutti"

di Enrico Lorenzo Tidona
Aemilia, la deposizione: "Sono un venduto. Ho dato voti a tutti"

Reggio Emilia, sentito Alfonso Paolini: "La mia colpa è stata qualche cena, ma ho solo aiutato degli amici". Si torna in aula il 3 maggio 

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REGGIO EMILIA. «Io sono un venduto della politica. Ho dato voti a tutti». Alfonso Paolini è considerato il faccendiere della cellula di ’ndrangheta emiliana, alle dipendenze di Nicolino Sarcone, del quale sarebbe uomo di fiducia. Di più: Paolini, per l’antimafia – che lo ha inserito nell’associazione a delinquere al centro del processo Aemilia – sarebbe mandatario dei rapporti istituzionali con esponenti della politica locale e con appartenenti alle forze di polizia. L’uomo chiave della «zona grigia», che ieri in aula ha negato con forza il legame con la consorteria ’ndranghetistica legata al clan Grande Aracri.

Ma ha anche ripercorso le tappe della sua carriera di uomo dalle mille relazioni, grande organizzatore di cene di pesce, dispensatore di biglietti per i big match del calcio internazionale, frequentatore dei convivi tra imprenditori, forze dell’ordine e bel mondo. «Tutto fatto alla luce del sole signor presidente – ha detto in aula – fossi stato un ’ndranghetista mica andavo fuori a cena con le forze dell’ordine. Che figura ci facevo?»

Paolini non scorda i voti che, per sua stessa ammissione, avrebbe smistato a decine in favore di gran parte dei politici locali, da destra a sinistra. «Pagliani l’ho conosciuto nel 2010 – dice Paolini difeso dall’avvocato Federico De Belvis, durante le dichiarazioni spontanee al processo – Stavo pranzando con un amico e si è avvicinato questo Pagliani e si è presentato. Mi ha chiesto “Lei è Paolini?” e mi disse che lui si era candidato per le Provinciali. Mi è stato simpatico e gli ho detto “vabbè Giuseppe, ti do una mano”. Ma io già nel 2009 avevo dato una mano a Liborio Cataliotti. Si era candidato alle Comunali. Eravamo giù a Cutro presidente, c’era la festa del crocifisso. C’era anche Delrio. Io conosco bene Cataliotti tramite Ruggieri, perché anche Liborio gioca a pallone. E aveva dato una mano all’ingegner Filippi, candidato per il Pdl: organizzavano sempre delle cene».

«Ma cosa vuol dire gli ho dato i voti?» sbotta il presidente del collegio, Francesco Caruso: «Quanti voti poteva dare lei?» chiede sbigottito il giudice. «Ma 60-70 voti – risponde l’imputato – Noi in famiglia siamo tanti. Abbiamo anche gli operai. Ma io signor presidente ho votato Delrio, la Spaggiari. E il sindaco di adesso? Anche per Vecchi ho dato il voto signor presidente: la moglie è cugina di mia moglie. Io sono stato anche a fare l’aperitivo con lui al circolo Insieme. A me che siano il Pd, il Pdl, i 5 stelle non mi interessa niente. Anche quando c’era il socialista Del Bue gli davo il voto. È sempre così: se ho un amico glielo do. Ne davo 10 a uno, 10 all’altro: questa è politica».

Paolini parla per un’ora e mezza al microfono, strappa risate ai coimputati nelle celle, passando dagli aneddoti sul calcio – è stato dirigente dello Spezia – fino a quelli politici. Nulla di nuovo per la Dda, che lo ritiene in grado di «penetrare negli ambienti politici, fornendo il proprio sostegno nelle elezioni di alcuni Comuni attraverso la sua fitta rete di sodali», come riportato nelle accuse. È lui stesso a gettare benzina sul fuoco: «La moglie del sindaco Vecchi la conoscevo già quando studiava sta ragazza. Non mi ha mai chiesto niente. Mi ha chiesto il voto, ho detto vabbè ti do il voto. Uno vale l’altro. Anche Scarpino è compaesano: e gli ho dato il voto anche a Scarpino. Quindi io in politica sono un venduto». Poi tira in ballo l’avvocato forzista Cataliotti: «Ha detto che nel 2006 i biglietti per i Mondiali glieli aveva dati Iaquinta. È una falsità: l’ho aspettato io alla semifinale a Dortmund. C’era Germania-Italia. Mi chiese Pino Ruggieri di fargli una cortesia e di trovargli i biglietti. Ho chiamato io Vincenzo Iaquinta chiedendogli un piacere grosso: non era facile per una semifinale mondiale».

Paolini è un fiume in piena, si descrive come un piccolo imprenditore, dirigente di calcio, caduto in disgrazia e la cui unica colpa «è aver partecipato a delle cene». Ricorda di quella cena con Iaquinta, Marchisio e Giovinco, con quest’ultimo vittima di un furto di soldi dall’auto. Ci sono poi i cartellini falsificati per la squadra amatori, nella quale faceva entrare dei campioncini per vincere il torneo.

O quella volta che hanno caricato il suv Mercedes di Giuseppe Iaquinta – padre del campione di calcio – con salumi e formaggi da regalare alla dirigenza della Juventus come ringraziamento: «All’epoca era presidente Umberto Agnelli e ci hanno detto che si poteva entrare ai campi solo con auto del gruppo Fiat». Poi i tantissimi regali fatti alle forze dell’ordine, nessun corpo escluso: biglietti e maglie. «Sotto la questura si aprivano da soli il cofano dell’auto perché sapevano che avevo sempre le maglie dei campioni». Poi i pranzi e le cene, i viaggi verso sud con ospiti delle forze dell’ordine a bordo, che approfittavano della sua auto per un passaggio verso Roma, tra cui l’ex questore Gennaro Gallo.

«Con lui ho fatto una trentina di cene e a casa sua ci andavo spesso». I convivi erano il suo forte: da quelli nella «tenuta di caccia» a San Polo d’Enza degli imprenditori reggiani dell’ortofrutta «Cagna e Benelli, alle quali partecipavano anche forze dell’ordine. Era tutto nella norma». «Ma questi delle forze dell’ordine che sapevano dei suoi precedenti giudiziari?» chiede Caruso. «Ma si», dice Paolini, «dopo tutte le volte che ci siamo visti con queste persone è nata una vera amicizia diventata forte col tempo».

Parole di fuoco in udienza anche da parte di Gaetano Blasco contro i pentiti, Antonio Valerio in primis. E dichiarazioni spontanee anche da parte dell’imprenditore Omar Costi. Ora il processo compie un salto temporale: si va al 3 maggio per sentire i periti e al 10 per iniziare le discussioni.
 

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