«Guasti frequenti, ci dicevano di andare»
Processo per la morte del 14enne caduto dal bus. In aula testimoniano gli autisti chiamati dalle difese
REGGIO EMILIA. Le porte che si inceppavano, le telecamere funzionanti ma che si spegnevano dopo pochi secondi e dovevano essere riattivate manualmente (per di più spesso la visuale era parziale), quella linea studentesca sempre stracolma, la leva di sicurezza senza protezione.
Sono alcune delle problematiche ricorrenti sui bus da 18 metri evidenziate dagli autisti Seta chiamati ieri a testimoniare dalle difese nel processo penale per la morte di Sylvester Agyemang, lo studente di 14 anni sceso in malomodo, rimasto impigliato con la cartella nella maniglia e deceduto per aver battuto la testa alla fermata del bus in viale Piave a Reggio il 13 gennaio del 2014.
Una tragedia che vede imputati per omicidio colposo l’autista del bus, Giuseppe Picone, ieri presente in aula (difeso dagli avvocati Alessandro Sivelli e Nicola Tria), l’ex amministratore delegato di Seta Filippo Allegra e il responsabile dell’autofficina di manutenzione, Maurizio Coli, anch’egli presente (difeso dagli avvocati Gianni Zambelli e Marco Malavolta).
I difensori hanno citato a tappeto gli autisti di Seta che abbiano guidato i bus “jumbo”, compreso il 2761 della tragedia (all’inizio venne sequestrato erroneamente un altro mezzo). In tribunale hanno sfilato Raffaele Avino, Antonio Maione, Biagio Auriello, Ciro Borriello, più tre addetti all’officina, l’ex manutentore Fabrizio Oranci, Diego Casoli per la parte elettrica e Antonio Veneselli per quella meccanica. Si è trattato di testimoni «che non abbiamo mai esplorato», ha sottolineato l’avvocato Sivelli quando il pm Stefania Pigozzi ha contestato l’irrilevanza delle domande («dobbiamo fare la cronistoria?») specie a Mauriello, che ha rivelato di aver smesso di guidare quei bus nel 2012, oltre un anno prima dell’incidente: perciò è stato subito accomiatato.
Testimonianze che non hanno aggiunto molto a quanto già disquisito da consulenti e imputati, in questo complicato dibattimento che si basa sulle disamine tecniche dei mezzi. Tanti «non so, vedevamo 200 mezzi all’anno» da parte dei manutentori e tanti «non ricordo» da parte degli autisti, che guidavano quella tratta Rubiera-Reggio in modo saltuario e hanno riferito di guasti ricorrenti: come «la porta posteriore che non si apriva o non si chiudeva o si inceppava» sull’incriminato 2761, ha detto Maione. Malfunzionamenti che i conducenti segnalavano sempre all’azienda pubblica di trasporto tramite il rapportino in triplice copia: «Ma ci dicevano di andare comunque», ha dichiarato Avino, secondo il quale dopo la tragedia «la situazione è migliorata, i mezzi erano più efficienti».
A rischiare di più nello scaricabarile di responsabilità sono Picone e Coli (secondo il quale «i ragazzi hanno tirato la leva d’emergenza»), tant’è che Malavolta ha evidenziato con domande specifiche come i bus che avevano la protezione sulla leva d’emergenza erano coperti da una scatola di plastica facile da rimuovere e come i mezzi nuovi in circolazione ora la protezione non ce l’abbiano affatto.
I legali difensori hanno rinunciato ad altri testi e il giudice Sarah Iusto ha rinviato al 17 maggio (ore 15.30), quando saranno auditi testimoni della difesa e perfino il CSA, l’ente che aveva dato il placet per la circolazione a quel bus 2761 comprato in Germania.
Ambra Prati
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