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Ospizio degli orrori, le operatrici si difendono: «Nessuna violenza, siamo professioniste»

di Ambra Prati
Ospizio degli orrori, le operatrici si difendono: «Nessuna violenza, siamo professioniste»

È la tesi di tre delle operatrici accusate di violenza privata nella casa comunale di Correggio, le altre tre scelgono di non rispondere: il gip si riserva di decidere

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CORREGGIO. Allontanavano il letto perché il degente 83enne, che era «oppositivo e aggressivo», non si facesse male e non sbattesse contro i cassetti per fare rumore; ma l’anziano poteva comunque azionare il campanello, perché tra le sponde del letto restava il filo. È quanto hanno dichiarato le operatrici sociosanitarie della casa per anziani di via Mandriolo.

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È la tesi delle tre operatrici che hanno risposto alle domande, mentre le altre tre si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Questo l’esito “sospeso” – il pm Maria Rita Pantani ha chiesto tre giorni di tempo e solo in seguito il gip Giovanni Ghini potrà pronunciarsi – dell’interrogatorio di garanzia, svoltosi ieri in tribunale a Reggio Emilia a carico delle sei operatrici sociosanitarie dipendenti Coopselios, finite nell’inchiesta deflagrata come una bomba sul Centro anziani Correggio. L’ipotesi accusatoria iniziale era maltrattamenti, ma ora si procede, per tutte, per il reato di violenza privata.

L’INDAGINE. Ricordiamo che, in seguito alle denunce presentate dal figlio di una 97enne e dalla figlia di un 83enne – che sospettavano abusi sui loro cari – l’indagine dei carabinieri era partita nell’aprile 2017.

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L’installazione delle telecamere per tre mesi in due stanze aveva fatto finire nel registro degli indagati 14 operatrici sociosanitarie: sette senza misure, sei (due italiane e quattro straniere) sospese dalla professione (due per un anno, quattro per sei mesi) dal gip Angela Baraldi per violenza privata, con le aggravanti dei fatti commessi su infermi e in pubblico servizio).

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La dirigente, una 34enne di Carpi residente in città, è accusata di omissione di atti d’ufficio, ma non essendo stata colpita da alcuna misura cautelare è automaticamente esclusa dall’interrogatorio di garanzia.

L’UDIENZA. È stata una udienza (a porte chiuse) alquanto tesa, com’era prevedibile dopo il clamore della vicenda e le contestate assemblee con i parenti avvenute nei giorni scorsi a Correggio. Le indagate presenti si sono sottratte a qualsiasi contatto con i giornalisti.

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Per loro hanno parlato i numerosi avvocati: Henrich Stove, Marco Valeri, Alessandro Tusberti del foro di Modena e Antonio Sarzi Amadè del foro di Reggio Emilia per le addette sospese per sei mesi; le coppie difensive rappresentate dagli avvocati Claudio Lodi Rizzini e Sabrina Mellini del foro di Mantova, nonché Elmo Nicola e Cosimo Zaccaria di Modena per le due operatrici sospese per un anno.

L’INTERROGATORIO. Se queste ultime due, più l’assistita di Sarzi Amadè, si sono avvalse della facoltà di non rispondere perché – hanno dichiarato i legali – non è stato possibile visionare il filmato che le operatrici non hanno mai visto, le altre tre si sono sottoposte all’esame “al buio” in una udienza durata dalle 12 alle 14.30. Una ha pianto, affermando di accudire gli anziani da una vita.

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Le tre operatrici sono accusate per un singolo episodio ciascuno, e tutte, pur nella differenza delle singole posizioni, hanno negato gli addebiti e si sono dette convinte di aver svolto con professionalità il loro lavoro.

IL GIP SI RISERVA. Sulle tre donne, che durante l’esame hanno negato di aver volontariamente isolato l’anziano 83enne, il pm Maria Rita Pantani si è riservata di svolgere ulteriori accertamenti, e il gip Giovanni Ghini attenderà il sostituto procuratore per decidere se revocare la misura interdittiva – cioè l’astensione dal lavoro per sei mesi – come richiesto dai tre difensori modenesi.

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Per le altre tre indagate, invece, non cambia nulla: la misura resta confermata, non potendo i legali avanzare richieste se non in un secondo tempo.

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