«All’opposizione sì ma non a Reggio»
Manghi, presidente della Provincia: «La sfida è complessa»
La débâcle del Pd alle ultime elezioni, un Governo ancora tutto da costruire, il ruolo delle Province nel dopo Delrio, le elezioni amministrative che si avvicinano. Di questo e di altro abbiamo parlato con Giammaria Manghi, presidente della Provincia.
Come stanno le Province nel dopo Delrio?
«Intanto, per la prima volta dalla riforma, abbiamo potuto redigere un bilancio triennale e approvarlo in tempi dignitosi, a marzo invece che nelle seconda parte dell’anno, e questo significa che un minimo di programmazione a medio termine è finalmente ripartita. Alla Provincia di Reggio, in particolare, abbiamo la possibilità di tornare a pagare i mutui e ad assumere. Rispetto al triennio precedente stiamo quindi meglio, pur non avendo risolto tutti i problemi, a partire dal tema delle risorse: sia quelle di parte corrente – i soli 317 milioni stanziati a fronte dei 450 richiesti dal comparto lasciano diverse Province in situazione di dissesto o pre-dissesto – sia gli investimenti. Perché se è vero che a Reggio questo sarà, dal 2014, l’anno con la maggior mole di opere pubbliche, in particolare nell’edilizia scolastica, restano comunque sofferenze dovute ai tagli pregressi, in particolare per quanto riguarda la manutenzione delle strade».
Cosa chiedono le Province al nuovo Governo?
«Prima di tutto risorse adeguate. Ma anche che venga definita compiutamente la loro identità, chiarendone il ruolo nell’ambito dell’architettura istituzionale italiana, tenendo presente che l’approdo immaginato con la Legge 56/2014 si è interrotto con l’esito referendario del 2016 e quindi necessita, quanto prima, di una lucida ridefinizione. Come Upi nazionale, attraverso un gruppo di lavoro di cui faccio parte, abbiamo redatto una piattaforma di confronto da sottoporre al Governo, non appena il Paese ne avrà uno, che ci auguriamo possa definitivamente rilanciare questi enti chiamati a svolgere funzioni importanti per i territori, ma che hanno anche una valenza evidente in diversi ambiti che non derivano direttamente da quanto previsto dalle leggi nazionali e regionali. Perché questi anni, seppure non semplici, hanno dimostrato l’utilità di un ente intermedio, che per altro è in Costituzione, che svolga un ruolo di coordinamento tra Regione e Comuni».
Il Pd deve stare all'opposizione?
«Sì, perché questo è il ruolo che ci hanno assegnato gli elettori. Del resto, il Pd l’esercizio della responsabilità lo conosce e lo ha praticato nel 2012 a sostegno di un governo tecnico e dal 2013 al 2018 durante una legislatura che si è fondata su di una maggioranza inedita, guidata dal Partito democratico. Abbiamo governato in fasi molto delicate della storia recente e, credo, con positivi risultati, anche se evidentemente non sufficienti per ottenerne un conseguente riconoscimento elettorale. Quindi è giusto che altri provino a costituire una maggioranza che nei numeri di partenza non c’è e si assumano la responsabilità della fatica di governo».
Lei è stato sino ad oggi un renziano. Il “renzismo” è finito? Cosa pensa della “fine” che ha fatto Renzi dopo il 4 marzo?
«Penso che il renzismo, inteso come modalità e approccio alla politica in termini di cambiamento e innovazione, non sia finito, perché di questo ha bisogno un Paese moderno che vuole affrontare e vincere le sfide complesse di questi anni. Ma è altrettanto evidente come il leader a cui questo filone di pensiero è stato ascritto, per una serie di ragioni – plurime, ma interrelate tra di loro – sia entrato nel tempo in rotta di collisione con il sentiment medio del Paese. Le persone capaci e giovani rappresentano però sempre una risorsa e anche se, in questa fase, il responso degli italiani è stato chiaro, Vico ci insegna, attraverso la teoria dei corsi e ricorsi storici, che non si può mai scrivere la parola fine».
A Reggio si apre una lunga campagna elettorale, a cominciare dai Comuni che andranno al voto a giugno. Il Pd rischia una nuova débâcle?
«Che il tempo si sia fatto più complesso, anche per chi tradizionalmente guida questi territori, è evidente. Penso però che con la necessaria umiltà, disponibilità alla fatica e all’ascolto, il Pd possa continuare a farlo e bene. Di certo, il banco di prova del 10 giugno sarà particolarmente significativo, arrivando all’indomani della sconfitta alle politiche e anticipando le amministrative 2019. Nulla è più scontato, quindi è fondamentale provare con tutte le forze a nostra disposizione a vincere, anzitutto a Castelnovo Sotto e San Polo dove si conclude, nell’ambito dell’ordinario tempo di legislatura, un mandato positivo. Le premesse ci sono, a partire dalle candidature, due buone figure espresse unitariamente e, nel caso di Castelnovo, anche particolarmente giovane. A Brescello, dove invece si chiude una complessa fase di commissariamento, si voterà in un contesto del tutto particolare, che, al di là dei simboli, va affrontato con una proposta seria e rappresentativa di un comunità che deve e vuole ripartire, da tanti punti di vista».
Nel 2019 si voterà anche a Reggio Emilia e per la Regione. Il Pd sembra impreparato a questa sfida. C'è il rischio concreto che Lega e M5s espugnino per la prima volta Reggio e l’Emiia? Come evitarlo?
«Dobbiamo lavorare alacremente sin da ora per non farci trovare impreparati, innanzitutto perché siamo ben consapevoli della complessità di queste sfide, specie laddove esiste il potenziale doppio turno. Per provare a vincere è necessario anzitutto portare a compimento gli obiettivi declinati a inizio legislatura e provare ad allargare il più possibile l’alleanza del Pd con il civismo vero. Perché, a parer mio, la sfida si gioca sulla capacità di saper dar vita ad una rappresentanza democratica che, come le ultime elezioni dimostrano, non si realizza più in modo esclusivo attraverso la tradizionale mediazione dei partiti. Pare essersi avviata una sorta di passaggio dalla partitocrazia a quella che qualcuno chiama popolocrazia. In questo quadro occorre avere la lucidità di agire, compiendo il massimo sforzo in termini di prossimità ai bisogni delle comunità, per evitare di consegnare città e regioni dove da decenni il governo locale è stato in massima parte all’altezza della situazione ad un “nuovo” che, basta guardare a Roma e Torino, non è affatto certo sia in grado di interpretare e soddisfare in maniera efficace i bisogni delle persone».
Vecchi e Bonaccini: candidati per un secondo mandato?
«Entrambi hanno lavorato con serietà, impegno e capacità in anni complessi come non mai, e ad ogni livello, per la pubblica amministrazione. Lo hanno fatto sempre con grande vicinanza alle rispettive comunità e conseguendo risultati importanti. Credo che il primo passo sia quello di chiedere la loro disponibilità a ricandidarsi. Se, come mi auguro, la daranno, ritengo sia necessario anche per Comune capoluogo e Regione lavorare su uno schema di rappresentatività in parte diverso rispetto a quello del 2014, che – senza escludere altre forze politiche con cui si potranno condividere progetti di governo – guardi appunto alle espressioni autentiche della società civile e ad una profonda interrelazione con essa».
E il suo futuro? Nella giunta regionale, candidato per il Consiglio regionale o ha altro in mente?
«Questi quattro anni in Provincia stanno rappresentando un’esperienza tanto complicata quanto gratificante, che ha arricchito profondamente il mio bagaglio personale. Ho sempre inteso la mia presenza nelle pubbliche amministrazioni come un servizio – del resto la carica di Presidente della Provincia è a titolo gratuito – perché queste sono esperienze che mi realizzano, che sento dentro al mio modo di essere. Se mi verrà chiesto, non mi dispiacerebbe continuare questo cammino all’interno della pubblica amministrazione, dove e quando questo mio impegno possa essere ritenuto utile per la comunità e il nostro territorio. Nel frattempo, continuo a lavorare giorno per giorno, nei ruoli che ho il privilegio di ricoprire pro tempore». (r.c.)
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