I dieci giorni passati fra degrado e rilancio
Dalla visita del vescovo fino alle prossime mosse della bonifica decise dal Comitato di ordine pubblico
REGGIO EMILIA . Quella che per anni pareva un’operazione urbanistica, seppur importante e di recupero di un pezzo di storia e della cultura della nostra città, nelle ultime settimane è diventato anche il simbolo della necessità di affrontare e risolvere un grumo di forte disagio sociale nascosto tra i capannoni in disuso delle ex Reggiane. Per anni Reggio e i reggiani, a partire dalle istituzioni, nel migliore dei casi hanno rimosso o preferito guardare altrove, lasciando che i capannoni abbandonati di Santa Croce diventassero non solo il paradiso di fotografi e writer reggiani, ma un ghetto a pochi passi dal centro storico. C’è stata una sorta di rimozione collettiva rispetto al fatto che le ex Reggiane erano diventate negli anni ricovero di alcolisti, tossicodipendenti, e disperati senza lavoro e senza fissa dimora. Un’area interdetta ai più e nella quale solo don Daniele Simonazzi e i volontari sono entrati.
C’è voluta la messa celebrata Lunedì Santo dal vescovo Massimo Camisasca – al termine della quale ha parlato di «grande tristezza» di fronte a ciò che aveva visto – per accendere i riflettori sulle macerie dei capannoni abbandonati e i cumuli di rifiuti tra i quali sopravvivono una settantina di immigrati, tra cui due donne. Immigrati regolari e non che si sono resi protagonisti nell’ultimo periodo anche di aggressioni e risse tra le etnie presenti. Dopo la messa e la visita del vescovo è intervenuto subito il Comune che si è fatto carico dell’opera di bonifica igienico-sanitaria (affidata a Iren) anche dell’area che è ancora di proprietà di Luciano Fantuzzi.
Due giorni dopo la visita si è tenuta anche una riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, presieduto dal Prefetto con l’obiettivo di trovare una soluzione. Tre le decisioni operative assunte: la bonifica del sito, con il Comune che anticiperà il costo dei lavori, la chiusura di una serie di accessi per evitare l’arrivo di senzatetto e la ricerca, in collaborazione con Caritas diocesana e parrocchie, di abitazioni per ricollocare in maniera dignitosa gli immigrati in regola. Più complicata e lunga la strada per trovare loro un’occupazione. Perché come ha avuto modo di sottolineare il vescovo incontrando i senzatetto ed esortandoli a impegnarsi e ad imparare l’italiano e a confrontarsi con la nostra cultura: «Senza casa e senza lavoro non c’è dignità per l’uomo». (r.f.)
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