Aemilia, rivuole il posto il poliziotto condannato
Mesiano, ex autista del questore, è stato destituito e ha fatto ricorso al Tar Pena in appello a 8 anni e 6 mesi per associazione mafiosa e violenza privata
REGGIO EMILIA. È stato condannato a 8 anni e 6 mesi per i reati di associazione mafiosa e violenza privata. Ma già il suo arresto, la notte del 28 gennaio 2015, era stato di quelli che avevano fatto più clamore nell’ambito dell’inchiesta Aemilia contro la ’ndrangheta al nord. Parliamo di Domenico Mesiano, poliziotto tra i più noti a Reggio Emilia, autista dell’ex questore Domenico Savi e uomo delle pubbliche relazioni per la questura di via Dante a Reggio. Una persona di fiducia, condannata in primo grado e in appello nel processo Aemilia, sospesa dal servizio già dopo l’arresto durante il maxi blitz del 2015.
Da lì, in attesa delle sentenze, il poliziotto di origine calabrese era stato trasferito a Parma, ricevendo il ben servito l’estate scorsa da parte dalla questura per mano del ministero dell’Interno, che lo ha destituito, togliendogli per sempre il distintivo. Un boccone amarissimo per Mesiano che, difeso dall’avvocato Vincenzo Belli e dal collega Franco Gaetano Scoca, ha presentato ricorso al Tar di Parma – anticipato ieri da Telereggio – chiedendo prima la sospensiva al provvedimento, rinunciandovi poi in attesa della fissazione dell’udienza di appello sulla misura della sorveglianza speciale. Come tutti gli imputati per il reato associativo, infatti, l’ex poliziotto è stato colpito dalla misura in primo grado, ed è ora in attesa del secondo grado.
Per l’ex assistente capo di polizia la condanna è stata pesantissima, benché inferiore ai 12 anni e 8 mesi che avevano chiesto per lui i pubblici ministeri Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. Le indagini della Dda lo hanno descritto come un facilitatore al servizio di diversi personaggi di spicco dell’organizzazione legata al clan Grande Aracri, divenuta poi autonoma in Emilia. Tra questi il capo bastone Nicolino Sarcone. Ma contro di lui c’era anche quella telefonata intercorsa con la giornalista del Carlino, Sabrina Pignedoli, in cui le intimava di smettere di scrivere di Antonio Muto. «Ti taglio i viveri» erano state le sue parole. Gli sono costate anche la condanna per minacce. Un mese dopo l’arresto, il Riesame aveva annullato parte dell’ordinanza e lo aveva scarcerato. Per l’accusa Mesiano era un canale informativo della cosca reggiana, agevolava le pratiche in questura e, secondo il gup Zavaglia, «non poteva ignorare la tipologia delle persone cui prestava il proprio supporto». «La mafia mi fa schifo, i mafiosi mi fanno schifo. Io sono un uomo dello Stato. In aula i miei avvocati non me lo hanno fatto dire, lo dico io adesso davanti a voi» era stato lo sfogo dell’ex poliziotto nel 2016, dopo la lettura della sentenza che condannava il poliziotto in primo grado, confermata integralmente in secondo grado.
Enrico Lorenzo Tidona
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